15 dic 2018

Di Maio e Salvini ai ferri corti. E Giorgetti agita lo spettro del voto

Il sottosegretario leghista: col Reddito di cittadinanza più lavoro nero

antonella coppari
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini (s) e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Giancarlo Giorgetti al Viminale durante conferenza stampa al termine dell'incontro sul fenomeno della violenza nei confronti degli arbitri di calcio, Roma 13 novembre 2018. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti (Ansa)

Roma, 15 dicembre 2018 - Chi deve fare altre rinunce: Salvini per quota 100 o Di Maio sul reddito di cittadinanza? Perché una cosa è chiara: per accontentare l’Europa, bisogna ridurre le pretese. Ma né il vicepremier leghista né quello pentastellato sembrano intenzionati ad arretrare. I segnali che arrivano in queste ore sono di posizioni molto ferme. In particolare, il ministro dell’Interno sulle pensioni è categorico: «Quota 100 non si tocca. La prima finestra di uscita resta ad aprile e sarà valida fino al 2021». Lo descrivono tanto determinato da evocare la possibilità dell’esercizio provvisorio di bilancio, pur di non darla vinta agli alleati. 
 
Vero? Falso? Di sicuro c’è che i leghisti indicano dove tagliare nel campo dell’altro. «I nostri elettori – avverte il ministro Centinaio – ci dicono che il passo indietro va fatto sul reddito di cittadinanza». Rilancia il sottosegretario Giorgetti: è una misura su cui dobbiamo confrontarci perché ha fatto registrare «ampi consensi per il M5S al Sud». Ma «piace all’Italia che non ci piace» e rischia «di alimentare il lavoro nero» soprattutto nel Meridione. Una sfida nella sfida per i pentastellati che – forti del pressing tedesco – cercano di riversare sulla misura chiave del Carroccio l’onere di evitare la procedura d’infrazione. «A me l’Italia piace tutta – replica Di Maio –. Nessun taglio per il reddito: sarà la guardia di finanza a fare controlli» per evitare abusi. Alla faccia di chi suggeriva di abbassare i toni per non intralciare la trattativa con la Ue: «Da Giorgetti ci attendiamo rispetto», tuona Patuanelli (M5S). 

Il braccio di ferro diventa sempre più intenso, passa per Palazzo Chigi e coinvolge il ministro dell’Economia Tria, rientrato a Roma per tentare di far quadrare i conti. Come era inevitabile, il taglio del deficit irrompe nei rapporti già tesi tra alleati tanto che Giorgetti fa balenare lo spettro del voto anticipato. Dietro le quinte, non ha mai nascosto i suoi dubbi sugli alleati o sull’esecutivo di cui fa parte: stavolta lo fa in pubblico. 

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«Il nostro impegno dura nella misura in cui sarà possibile realizzare il contratto di governo: quando non sarà possibile finirà, ma allora spero che la parola torni al popolo». Del resto, la distanza tra Lega e M5S si rivela anche in un aspetto solo apparentemente minore: le reazioni alla marcia indietro imposta da Bruxelles. I grillini continuano a far finta di niente: «Non c’è nessuna resa. Se abbiamo più soldi di quello che serviva non vale la pena andare allo scontro con l’Europa», spiega Di Maio. Dalle fila leghiste emergono umori più sinceri e pronti a riconoscere la sconfitta: «Non sono molto soddisfatto: dovremo fare salti mortali per mantenere le promesse che abbiamo fatto in campagna elettorale», sospira Centinaio. E Giorgetti chiosa: «L’intervento sulle pensioni lo chiede la Ue, non gli italiani». 

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Il basso profilo di Salvini in questi giorni si spiega, almeno in parte, con la scelta di non mettere la faccia su un negoziato da cui il governo rischia di uscire ammaccato. «In fondo – confida uno che lo conosce bene – sono stati i grillini a voler lasciare l’impronta sul negoziato: dalla sceneggiata sul balcone in poi, è una partita che hanno voluto giocare i pentastellati». Cui vanno onori ed oneri.

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