Matteo Renzi durante una partita benefica (Ansa)
Matteo Renzi durante una partita benefica (Ansa)

Meglio ammetterlo subito. Ogni tanto anche a Matteo Renzi capita di dirne una giusta. Così, quando l’ex premier ha paragonato la pazza crisi di governo al calciomercato, beh, ha colto nel segno. È vero: non ci andassimo di mezzo noi italiani, ci sarebbe pure da divertirsi.
Del resto, Renzi se ne intende: si crede il Neymar della situazione, vuole assolutamente tornare al Barcellona, cioè al potere, ignaro del fato della sua discepola. Maria Elena Boschi non fa forse venire in mente Mario Balotelli?!? Nessuno li vuole, né l’una né l’altro. Ripartiranno, pare, lui dal Brescia e lei da una oscura sotto commissione parlamentare, qualunque sia il nuovo esecutivo.

Nuovo? Andiamoci piano, perché qui Giuseppe Conte, già autoproclamato avvocato del popolo, mica è più così ovvio che venga allontanato da Palazzo Chigi. In stile Dzeko, bomber che da Roma era scontato dovesse andarsene, e che invece ha appena rinnovato il contratto. Più passano le ore e più affiora il sospetto che il devoto seguace di Padre Pio sia come l’attaccante bosniaco: da rottamare anzi no, sostituibilissimo dunque intoccabile. Da Re Travicello a perno del sistema, da anello debole a baluardo delle istituzioni: qui c’entra davvero il frate con le stigmate, perché siamo all’inspiegabile.

In effetti, come si può spiegare il flop di Matteo Salvini? Ancora una settimana fa, il dj di Milano Marittima era il Cristiano Ronaldo della politica nostrana. Tutto dipendeva da lui, futuro della nazione e hit parade in spiaggia, Flat tax e apericena, Rosario sventolato e fidanzatina giovanissima, euro no e rubli sì. Poi, di colpo, la quotazione di mercato è crollata. Ma quello lì ha la pancia come Higuaín, ha gridato un tifoso in un barlume di lucidità. E non era un immigrato clandestino. 
Allora Gonzalo, pardon, l’adiposo vice premier si è messo a puntare i piedi sul bagnasciuga, appunto alla maniera di Higuaín, lasciamo stare Mussolini: io da questo governo non me ne vado, ho ancora molti gol da segnare, pardon, tanti barconi da disgraziati da tenere ormeggiati al largo. Ma non eri tu che avevi chiesto la crisi, la sfiducia, eccetera? Eh, ma le cose cambiano in fretta, al calcio mercato come a Montecitorio e figuriamoci al Papeete Beach.

Le incertezze del rotondo e sudato leghista ("Qui si lavora, non si fa politica": e si vede) hanno così incredibilmente miracolato l’ex venditore di noccioline e gelati. Lui, Giggino Di Maio, l’uomo che senza aver mai lavorato diventò ministro del Lavoro. Era finito, spacciato, pronto per il reddito di cittadinanza. Ma il calciomercato è imprevedibile e Di Maio si è trasformato nella versione politico di Paulo Dybala, l’argentino della Juve. Lo vuole il Manchester United! Lo reclama il Paris Saint Germain! Lo sogna il Real Madrid! Cioè un quasi fallito, capace di dimezzare in un anno i voti grillini, viene candidato alla Presidenza del Consiglio o al Viminale, il tutto a dispetto del recente rendimento. Avesse operato bene, finiva dritto sparato al Liverpool, cioè lo facevano Papa (e qui si torna, fatalmente alle taumaturgiche virtù del Padre Pio di Conte-Dzeko e ai rosari di Salvini-Higuaín).

Resta da dire del povero Zingaretti, segretario del Partito Democratico. Si credeva Mauro Icardi, l’interista che l’Inter non vuole più: il mio destino lo decido soltanto io, quindi datemi Villar Perosa, cioè le elezioni, presto e bene. Poi qualcuno gli ha sussurrato che, sì, insomma, lui nemmeno ha una Wanda Nara accanto, al massimo Franceschini e Rosy Bindi, quindi magari il finale di partita lo decideranno altri.
Non è il calciomercato, bellezza. È la crisi di governo in Italia, in una indimenticabile estate del 2019.