di Eva Desiderio

Hanno vissuto tanti anni felici nella casa nel bosco, col giardino gremito di rose, il panorama incantato sui monti. Una luce speciale in quella casa, la luce della famiglia unita. E anche se adesso il suo Tai non c’è più lei, Rosita Missoni, 90 anni portati splendidamente, è sempre rimasta a Sumirago e qui ha passato quasi tutto l’anno della pandemia, circondata dall’affetto dei figli Angela e Luca, dei ricordi di Vittorio il figlio morto per il tragico incidente aereo a Los Roques, e la nostalgia per il suo Ottavio che avrebbe compiuto 100 anni l’11 febbraio scorso. Questo è l’ottavo San Valentino senza il suo Tai, come lei lo ha sempre chiamato e come lo hanno chiamato tutti quelli che gli hanno voluto bene e lo hanno ammirato come visionario e geniale pioniere del Made in Italy. Senza il suo primo e unico amore.

Signora Rosita, come ha passato questi mesi tanto duri per la pandemia?

"Molto stando qui in casa a Sumirago, a due passi dall’azienda, tra le mie cose, i disegni di Ottavio, i nostri ricordi di famiglia. Poi sono stata un po’ in vacanza a Crans Montana dove abbiamo una casa con mia nipote Teresa e il mio bisnipote Zeno, ed è stato molto bello".

Come avete festeggiato il centenario della nascita di Ottavio Missoni?

"In modo semplice, qui in casa, in famiglia con tutti i miei cari. Tutti prima di venire hanno fatto il tampone, per sicurezza e rispetto per la mia età. Abbiamo fatto un bel pranzo. A lui sarebbe piaciuto così".

Lo ricorderete anche con una mostra?

"Sì, al Museo MaGa di Gallarate, nella Sala degli Arazzi a lui dedicata che mio figlio Luca ha arricchito con tanti nuovi disegni e arazzi di maglia di Ottavio e anche con la sua tuta sportiva del mondiale del 1948. E poi a settembra a Venezia a Ca’Pesaro si aprirà la grande mostra su Ottavio e Rosita Missoni".

Come è stata la vita con Tai?

"Una vita variegata, animata, bellissima. Ottavio la moda non l’avrebbe mai fatta, ma aveva un senso del colore unico, un senso artistico, disegnava bene e gli è venuto naturale poi inventare le nostre fantasie in maglia, le righe, gli zig-zag con le tinte sempre mescolate. Sì, la mia vita con lui è stata a colori. A lui la moda non gli interessava, l’ha fatta per me che venivo da una famiglia di imprenditori tessili, Jelmini, capitanati da mio nonno materno Piero Torrani che era un Archimede Pitagorico dei tessuti. Io sono cresciuta giocando coi fili, mio marito ha cominciato da quando ci siamo innamorati. Tai la moda l’ha fatta per amore".

Il vostro è stato un colpo di fulmine, vero?

"Ero giovanissima, avevo 17 anni non ancora compiuti ed ero a Londra per imparare l’inglese. Ci incontriamo con altri amici, era simpatico ma per me grandissimo. Aveva 27 anni! E già i capelli grigi sulle tempie dopo gli anni di prigionia nel deserto. Era bello, un affabulatore che mi ha subito conquistata con uno sguardo. Poi lo vidi correre in batteria a Wembley, portava la canottiera azzurra numero 331 e da allora il 7 è il mio numero fortunato. È arrivato sesto quel giorno ma per me e il mio cuore aveva vinto. Poi ci siamo rivisti, lui con la divisa olimpica bellissimo ed elegante, alla fermata di Piccadilly dove svetta un Cupido! Da quella freccia è cominciato tutto".

Poi vi siete sposati?

"Prima siamo stati fidanzati, non c’erano quattrini per sposarsi ma nel 1953 abbiamo detto sì e brindato davanti a una torta di quattro piani. È successo al mio paese Golasecca, con una festa gioiosa e poi il pranzo a Stresa al des Iles Borromèe".

Ottavio oggi sarebbe definito non solo un creativo ma un businessman. Che ne dice?

"Lui rifiuterebbe questa definizione. Aveva una assoluta disattenzione per il lato economico delle cose. Mi diceva sempre: ma perché dobbiamo lavorare di più? Quando i clienti giapponesi ci facevano raddoppiare il fatturato lui diceva: no, io vado bene così. Se guadagno di più ma non ho tempo di spendere i soldi, a che mi serve?".

Voi avete sempre dato lavoro alle donne?

"Sempre, fin dagli inizi a Gallarate in 100 metri quadrati di laboratorio di maglieria, in un seminterrato. Abbiamo impiegato 15 anni per affermarci. Poi la fabbrica tra i boschi a Sumirago dove siamo ancora oggi. Sono fiera di quello che abbiamo fatto insieme, abbiamo fatto la moda sì, ma soprattutto abbiamo dato il nome Missoni a uno stile. Con la libertà di vestire".