di Nino Femiani Due fuggiaschi nella notte. Un ricco di quasi quaranta anni e il suo giovane schiavo, già invecchiato sotto il peso delle fatiche. In fuga verso il mare, terrorizzati dal tanfo di morte, in cerca di scampo da cenere, lapilli e flusso piroclastico vomitati dalla feroce catapulta dello "sterminator Vesevo". Istantanee della morte, i corpi senza vita che sembrano ancora pulsare, le mani sul petto in un gesto di vana difesa, le dita piegate nella contorsione fatale degli ultimi spasmi prima di spirare. È l’ultima scoperta nel grande scrigno di Pompei, l’ultimo dono d’arte e letteratura storica a un’umanità atterrita dal coronavirus e che, ammirando quei corpi, ritrova forse un’emozione e...

di Nino Femiani

Due fuggiaschi nella notte. Un ricco di quasi quaranta anni e il suo giovane schiavo, già invecchiato sotto il peso delle fatiche. In fuga verso il mare, terrorizzati dal tanfo di morte, in cerca di scampo da cenere, lapilli e flusso piroclastico vomitati dalla feroce catapulta dello "sterminator Vesevo".

Istantanee della morte, i corpi senza vita che sembrano ancora pulsare, le mani sul petto in un gesto di vana difesa, le dita piegate nella contorsione fatale degli ultimi spasmi prima di spirare. È l’ultima scoperta nel grande scrigno di Pompei, l’ultimo dono d’arte e letteratura storica a un’umanità atterrita dal coronavirus e che, ammirando quei corpi, ritrova forse un’emozione e un amore per la vita che la pandemia ha fatto smarrire.

Una scoperta eccezionale perché è stato possibile realizzare dei calchi talmente precisi da rilevare il mantello di lana del ‘padrone’ e i segni del precoce declino del suo giovane accompagnatore. Un lavoro accurato, portato avanti anche durante questi mesi di pandemia, che ci restituisce l’identità di due uomini che cercavano riparo sotto il portico di una grande villa di Civita Giuliana, nell’area suburbana, a 700 metri dalla porta di ingresso a nord-ovest di Pompei. Una villa simbolo dell’opulenza della città sepolta dall’eruzione dell’ottobre 79 d. C. perché è qui che furono trovati, da maggio a dicembre 2017, tre cavalli con una ricca bardatura militare in bronzo. Tanto che qualcuno la soprannominò la "Villa del Sauro bardato".

Sempre qui, a maggio, fu trovata la scritta ‘Mummia’, vergata sul muro ad altezza di bimbo, poco lontano da un fiore bianco che risalta sul nero brillante di una parete: un mistero ancora da spiegare e su cui si sono accese le congetture, ritenendo che la domus appartenesse ai Mummii, famiglia importantissima a Roma, la cui presenza non era mai stata attestata a Pompei.

Ora arriva, sempre nella stessa area, il terzo straordinario ritrovamento. Avvenuto, come gli altri, quasi per caso, perché i primi scavi furono avviati in seguito a un provvedimento della Procura di Torre Annunziata che indagava sulle razzie dei tombaroli e finanziati dal Parco di Pompei con un milione di euro. Dopo anni di lavoro appassionato, ecco il nuovo premio, scavando l’area del criptoportico sotto un grande terrazzo sospeso tra mare e vulcano.

In un vano sono stati rinvenuti due corpi. Le analisi condotte sui calchi hanno permesso di ‘radiografare’ le loro condizioni. Il più anziano, età intorno ai 40 anni, era alto e ben piantato. Il ragazzo, età tra i 18 e 20 anni, era piegato dalle fatiche della sua condizione, entrambi morti per i gas incandescenti durante il secondo giorno di eruzione, nella mattina del 25 ottobre del 79.

Resta il mistero sulla loro identità, anche se si può pensare che l’uomo in fuga con il suo schiavo possa essere un comandante militare o un alto magistrato. "Una scoperta davvero eccezionale – sottolinea entusiasta il direttore Massimo Osanna – Per la prima volta dopo più di 150 anni dal primo impiego della tecnica (fu messa a punto da Giuseppe Fiorelli nel 1863, ndr) è stato possibile non solo realizzare calchi delle vittime, ma anche indagare e documentare con nuove tecnologie le cose che avevano con sé". Una scoperta definita "stupefacente" dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini.

Il ritrovamento del pastrano di lana sul quarantenne in fuga è, infine, un’ulteriore conferma che l’eruzione del Vesuvio avvenne il 24 ottobre (e proseguì per giorni) e non il 24 agosto, come a lungo si è scritto nei libri di storia.