di Lorella Bolelli

Davide Morosinotto aveva già in tasca il biglietto per la Cina. "Ogni mia nuova avventura editoriale è accompagnata da una missione nel Paese dove ambiento il romanzo, ma a maggio il mondo era già immerso nel lockdown e così La più grande che Rizzoli ha mandato in libreria da qualche mese ha avuto una genesi totalmente diversa, a conferma che anche dalla crisi più nera può essere colta un’opportunità". La storia cui lo scrittore per ragazzi fa riferimento è quella della piccola schiava Shi Yu che con una determinazione feroce si affranca da una vita di stenti e violenze per diventare la comandante di una flotta di pirati.

Storia o fiction?

"L’ispirazione viene da una vicenda reale ma il 90% della narrazione è pura invenzione seguendo la vita, dai 6 ai 40 anni, di un’orfana che si fa strada nel mondo, commette errori d’ingenuità ma con testardaggine e convinzione riesce a imporsi".

Contiene qualche messaggio adatto alla nostra epoca?

"Da lettore seguivo da tempo la piattaforma Wattpad che dà la possibilità di pubblicare a chiunque contenuti originali. Nell’incertezza del momento, ho pensato di far esordire Yu proprio lì, inserendo puntata dopo puntata la sua inarrestabile ascesa. Il riscontro è stato imprevisto: 75mila letture e migliaia di commenti che suggerivano anche i sequel della trama che io puntualmente disattendevo proprio per non interrompere il gioco del contraddittorio che si era instaurato".

L’adolescenza richiede leggerezza?

"Ogni libro fa storia a sé e personalmente non scrivo mai pensando a cosa possa piacere a un quattordicenne, ma a cosa abbia senso per me. Così la scelta per la platea dei lettori è vasta e vanno lasciati liberi di orientarsi come preferiscono, da Sette minuti dopo la mezzanotte, profondo e sul significato della vita, a Capitan Mutanda. Va sottolineato che ai ragazzi in questo periodo viene già chiesto uno sforzo gigantesco di rinuncia alla socialità che non era mai successo ad alcuna generazione precedente".

A ragazzi così provati cosa va fatto recapitare dalla Befana?

"Delle storie appassionanti, per cui chiedano libri, videogame, film, fumetti che li possano portare con la mente dove fisicamente non possono andare".

Vanno incoraggiati alla lettura?

"I ragazzi in realtà sono gli italiani che leggono di più, anche rispetto ai genitori che spesso danno loro il cattivo esempio stando sui social e al cellulare. Vanno spinti verso le biblioteche, luoghi fondamentali, ora purtroppo inaccessibili, perché possano estrinsecare i loro gusti senza paura di essere criticati".

L’arte del racconto a quali domande epocali può dare risposta?

"Il saggio L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani di Jonathan Gottschall spiega che l’umanità fin dalle origini ha avuto l’attitudine a raccontarsi storie perché sono il modo più potente per vivere in prima persona ciò che non potremmo altrimenti vivere. Umberto Eco diceva che chi legge vive mille vite e chi non lo fa vive solo la sua. Da autore ritengo che nelle pagine non si trovino medicine specifiche per qualche male, ma si aumentano le esperienze e quindi gli strumenti per guarire da tante cose".

A quale suo libro è più legato?

"Forse è banale, ma dico l’ultimo perché è come un neonato indifeso. So che è piaciuto, ma non so per quanto, se tra una settimana sarà dimenticato".

Che cosa la lega agli adolescenti di oggi?

"Parlo con tanti di loro e li trovo più adulti di quanto si possa pensare. Sono degli adulti solo più giovani, ma io non posso fingere di esserlo ancora a 40 anni".

Se si guarda indietro qual è il ricordo più bello degli anni verdi?

"Le vacanze scatenate con sorella e quattro cugini in Val Comelico. Eravamo una piccola tribù selvaggia che si buttava giù dai burroni, partiva in escursione senza avvisare nessuno e nessuno in famiglia supervisionava i nostri spostamenti. Forse è un miracolo se siamo ancora tutti vivi, ma sono convinto che crescere sia anche imparare da soli cosa si può e cosa non si può fare e sapersi tirare fuori dai guai".