Martedì 16 Aprile 2024

No, non siamo nell’Antropocene. Anzi, sì: è l’era geologica dell’estinzione di massa

La commissione scientifica internazionale boccia la proposta di dichiarare la nuova era geologica. Ma l’epoca storica resta

No, non siamo nell’Antropocene. Anzi,  sì

No, non siamo nell’Antropocene. Anzi, sì

Roma, 11 marzo 2023 – Contrordine, non siamo nell’Antropocene. Anzi, se l’Antropocene è una fase storica in cui le società umane sfruttano il pianeta fino allo stremo, lo trasformano, lo isteriliscono, lo inquinano, lo desertificano, portando la specie umana nel pieno della sesta estinzione di massa, allora sì, siamo eccome nell’Antropocene. Non è una contraddizione, se non apparente.

Non siamo nell’Antropocene nel senso tecnico, cioè geologico del termine: lo ha deciso l’altro giorno, un po’ a sorpresa per i più, meno per gli addetti ai lavori, la Subcommission on Quaternary Stratigraphy, parte del comitato internazionale Anthropocene Working Group, deputato a stabilire se verso la metà del ‘900, precisamente nel 1952, sia cominciata una nuova era geologica, interrompendo quella corrente, chiamata Olocene, in corso più o meno da 11.700 anni. Dodici voti a quattro (più un paio di astenuti) e la questione, almeno per ora, è tecnicamente chiusa.

Resta però aperto tutto il resto, e cioè il dibattito culturale, sociologico, ecologico sull’Antropocene inteso come epoca storica caratterizzata da un enorme impatto distruttivo delle società umane sulla natura e sugli altri esseri viventi, da cambiamenti climatici disastrosi, dal progressivo esaurimento delle risorse vitali.

Quindi siamo, e al tempo stesso non siamo, nell’Antropocene; è facile prevedere che la decisione dei geologi non cambierà granché il nostro lessico, perché la sostanza dell’epoca storica che stiamo vivendo non è negata nemmeno dalla Sottocommissione che ha decretato il pollice verso. Del resto, la discussione che ha portato a questa decisione, non è meno importante del risultato finale; è stata anzi una riflessione pubblica illuminante.

La proposta di interrompere l’Olocene e passare all’Antropocene risale al 2000: fu Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica nel 1995, a suggerire l’idea, durante un convegno a Cuernavaca, in Messico, recuperando un termine, Antropocene appunto, introdotto vent’anni prima dal biologo Eugene Stoermer. Secondo Crutzen la nuova era geologica sarebbe iniziata nel tardo Settecento, agli albori della civiltà industriale, quando cominciò il regime energetico basato sui combustibili fossili, destinato a cambiare profondamente lo stato di salute del pianeta Terra.

Altre ipotesi sono state poi affacciate. C’è chi ha proposto di retrodatare l’inizio della nuova era di oltre 50mila anni, all’epoca dell’estinzione dei grandi mammiferi causata dall’espansione del nuovo vorace mattatore della vita sul pianeta, naturalmente Homo Sapiens. Altro possibile punto d’avvio, la nascita dell’agricoltura e il simultaneo avvio della domesticazione degli animali, con la specie umana che si fa stanziale e comincia un sistematico sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, con enormi disboscamenti e un fortissimo impatto sugli ecosistemi.

Ulteriore proposta: considerare come discrimine il cosiddetto “scambio colombiano”, cioè la fase successiva al 1492, quando Cristoforo Colombo fu protagonista, per dirla con l’acuta locuzione dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano, della "conquista che non scoprì l’America". Fu uno “scambio”, perché il contatto fra Vecchio e Nuovo mondo determinò trasformazioni profonde a livello demografico, economico, biologico (il trasferimento di piante e animali da un continente all’altro), portando a un’inedita, ma definitiva omogeneizzazione della biosfera.

Infine l’ultima proposta, quella che ha prevalso sulle altre ed è stata però bocciata dal comitato ristretto dei geologi: l’Antropocene come era segnata dall’enorme balzo compiuto dall’economia globale dopo la seconda guerra mondiale, con l’esplosione delle emissioni di gas serra, l’enorme impronta ecologica umana (inquinamento, plastiche e via elencando) e soprattutto i segni tangibili lasciati dalle esplosioni nucleari. Proprio su quest’ultimo punto ha lavorato la commissione tecnica dei geologi: per stabilire se una nuova era geologica sia davvero iniziata, occorre indicare un “chiodo d’oro”, una traccia visibile nella sedimentazione rocciosa, e abbastanza generalizzabile, cioè riscontrabile in più punti del pianeta Terra. I proponenti hanno individuato il “chiodo d’oro” nel picco di plutonio, effetto di test nucleari, riscontrato nel 1952 nei sedimenti dell’incontaminato lago Crowford, nella regione canadese dell’Ontario. Il “chiodo d’oro” però non ha convinto: non è sembrato abbastanza rilevante e generalizzabile, non è insomma il “punto di riferimento” richiesto.

Altri “chiodi d’oro”, eventualmente, andranno individuati, ma la cosa più importante ovviamente è un’altra, cioè come fermare il “divoramento” in corso della Terra. J. R. McNeill e Peter Engelke, autori del citatissimo La Grande accelerazione, libro del 2014 (in Italia da Einaudi) che ha messo a fuoco gli snodi cruciali dell’Antropocene, hanno scritto che la “grande accelerazione“ non può durare a lungo, ma non c’è niente di consolante in questa constatazione, tutt’altro: "Non ci sono abbastanza grandi fiumi su cui costruire dighe, non sono rimasti petrolio a sufficienza da bruciare, foreste da abbattere, pesci da pescare, falde acquifere da prosciugare…" Non è così, con una “frenata” involontaria, che la specie umana e gli altri viventi possono mettersi al riparo dai rischi fatali dell’Antropocene; ci vorrebbe un nuovo modo di pensare, di organizzarsi, di consumare, mettendo al primo posto il senso del limite, tipico di tutti gli animali, tranne quelli umani. Ma questa è un’altra storia, o un’altra era, che sembra non cominciare mai.

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