Domenica 14 Aprile 2024

Nevrosi e letteratura, la lezione di Berto

Sessant’anni fa usciva “Il male oscuro“, il romanzo autobiografico che mise lo scrittore veneto sulla scia di Gadda e Svevo

Nevrosi e letteratura, la lezione di Berto

Giuspee Berto (1914-1978) con Il male oscuro vinse i premi Campiello e Viareggio

Sessant’anni fa, il 12 marzo del 1964, ad appena un anno dall’uscita in volume della Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, Rizzoli pubblicava Il male oscuro di Giuseppe Berto. Nel breve giro di due anni, dunque, la nostra letteratura offriva i ritratti di due nevrotici a tutto tondo, il Gonzalo Pirobutirro d’Eltino alter ego di Gadda e lo stesso Berto che con un atto di coraggio non si nascose dietro un personaggio d’invenzione ma mise allo scoperto tutti i suoi guai raccontandoli con il registro del dramma e dell’ironia. L’accenno a Gadda è quasi doveroso se non altro perché il titolo del romanzo di Berto, come si evince da una delle epigrafi all’inizio del libro, è tratto da un brano della Cognizione del dolore.

Il male oscuro fu una assoluta novità per la nostra letteratura, che pur avendo salutato avanguardie e neoavanguardie mai aveva ripudiato le regole basilari della costruzione della frase, mentre ora il lettore si trovava sotto il naso pagine e pagine torrentizie prima di arrivare al “punto” e tirare un po’ il fiato. Come è noto, Il male oscuro è la storia di una nevrosi che Berto cercò di combattere con l’aiuto della psicanalisi, anche se per la verità fu sempre scettico nei confronti di Freud e delle sue teorie e lo dimostra il fatto che alla fine del romanzo la psicoanalisi ne esce sconfitta, come del resto lo era stata anche nell’altro romanzo “psicanalitico”, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, dove il protagonista a un certo punto sbotta dicendo: "L’ho finita con la psico-analisi. Dopo di averla praticata assiduamente per sei mesi interi sto peggio di prima". Lo stesso Berto disse una volta che il suo “vecchietto” (così chiamava nel romanzo lo psicanalista Nicola Perrotti) dopo aver letto il finale del Male oscuro ci rimase molto male ma non riuscì a cambiarglielo.

Berto, infatti, è convinto che le cause dei malesseri non devono essere cercate nei traumi dell’infanzia perché "le radici del male di vivere risiedono invece nella circostanza dello stesso vivere e quindi non sono sempre d’accordo con la psicanalisi".

L’itinerario che portò Il male oscuro alla pubblicazione non fu per nulla facile. Rifiutato da Einaudi e da Mondadori perché sapeva troppo di “cartella clinica”, il romanzo rischiò la bocciatura anche dalla stessa Rizzoli dove ben tre “lettori” espressero parere contrario. Ci volle il fiuto del “vecchio” Angelo Rizzoli che ordinò il “si stampi”.

Uno dei primi a salutare con piacere il ritorno di Berto fu Indro Montanelli perché, come scrisse, "su un Berto romanziere, credo che non ci contasse più nessuno, nemmeno lui" e nonostante il grande Indro non credesse nella psicanalisi e non sopportasse l’inesistenza della punteggiatura, invitò il lettore a non vedere nel romanzo solamente "un inventario di mestizie", perché una volta superate le prime perplessità, "se ne rimane prigionieri spinti magari dalla curiosità di sapere come andrà a finire quel lungo calvario".

Caso unico nella storia della nostra letteratura, Il male oscuro si aggiudicò nel 1964 il Premio Viareggio e il Campiello. Con molta onestà Berto ammette che il “male oscuro“ ha precedenti illustri in Svevo e Gadda ma tiene a precisare di aver seguito le loro strade "con una assoluta indipendenza di modi narrativi" e, con un pizzico di orgoglio, dichiara che "nessuno prima di me si è spinto così a fondo, senza preconcetti né divieti, nell’analisi di un uomo".

E raccontando il viaggio dentro sé stesso nacque Il male oscuro, il romanzo che Cesare De Michelis definì "il punto centrale e culminante della storia letteraria di Giuseppe Berto" e con il quale lo scrittore raggiunse quella gloria alla quale tanto teneva.

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