La ritirata della Grande Armée dalla Russia in un dipinto di Illarion Mikhailovich Pryanishnikov del 1874
La ritirata della Grande Armée dalla Russia in un dipinto di Illarion Mikhailovich Pryanishnikov del 1874
di Giovanni Serafini Li hanno sepolti nei pressi del campo di battaglia in cui persero la vita, più di duecento anni fa. Erano soldati della “Grande Armée” napoleonica, caduti durante la disastrosa ritirata di Russia, e cosacchi del Don lanciati al loro attacco dal generale Miloradovitch. Si scontrarono a Viazma, duecento chilometri a ovest di Mosca, il 3 novembre 1812. Le perdite furono ingenti: quattromila morti in un giorno tra i francesi, seimila fra i russi. I corpi vennero gettati in fosse comuni e tutti si dimenticarono di loro. Ma la Storia, si sa, riserva spesso delle sorprese: ed è così che pochi giorni fa, in occasione di scavi nella zona, sono emerse le spoglie di 120 soldati, tre vivandiere e tre tamburini. Il rinvenimento di alcuni...

di Giovanni

Serafini

Li hanno sepolti nei pressi del campo di battaglia in cui persero la vita, più di duecento anni fa. Erano soldati della “Grande Armée” napoleonica, caduti durante la disastrosa ritirata di Russia, e cosacchi del Don lanciati al loro attacco dal generale Miloradovitch. Si scontrarono a Viazma, duecento chilometri a ovest di Mosca, il 3 novembre 1812. Le perdite furono ingenti: quattromila morti in un giorno tra i francesi, seimila fra i russi. I corpi vennero gettati in fosse comuni e tutti si dimenticarono di loro.

Ma la Storia, si sa, riserva spesso delle sorprese: ed è così che pochi giorni fa, in occasione di scavi nella zona, sono emerse le spoglie di 120 soldati, tre vivandiere e tre tamburini. Il rinvenimento di alcuni bottoni metallici delle uniformi ha permesso di stabilire che i caduti appartenevano da una parte al 24°, 30° e 55° reggimento di fanteria leggera dell’esercito napoleonico, dall’altra al reggimento di cavalleria della Guardia imperiale russa.

"Adesso dormono insieme nella stessa tomba. La morte rende tutti uguali", ha commentato Iulia Khitrovo, 74 anni, pronipote di Mikhail Kutuzof che fu il generale in capo dello Zar. "Provo una grande emozione in questo momento simbolico", ha aggiunto Joachim Murat, discendente del celebre maresciallo di Napoleone.

La cerimonia è stata solenne: i resti delle 126 vittime, composti in otto bare coperte dalle bandiere dei due paesi, sono stati inumati con gli onori militari, salutati dai cannoni a salve. "È un’immagine di unità in quest’anno in cui celebriamo il bicentenario della morte di Napoleone", ha detto Pierre Malinowski, presidente della Fondazione per lo sviluppo delle iniziative storiche franco-russe.

Le perizie effettuate dall’archeologo Alexandre Khokhlov e dall’antropologa Tatiana Chvedtchikova, membri dell’Accademia russa delle Scienze, hanno anche potuto determinare l’età che avevano i soldati di Napoleone al momento del decesso: dai 30 ai 39 anni.

Considerando l’epoca, erano piuttosto “anziani”, certamente dei veterani scelti fra i più fedeli e sperimentati della “Grande Armée”. L’esame dei registri militari rivela che avevano alle spalle le tappe più importanti dell’epopea napoleonica: la campagna in Prussia e in Polonia del 1806, le battaglie di Iéna, di Friedland e di Eylau, quella di Wagram del 5 luglio 1809.

Erano partiti alla conquista della Russia nell’agosto 1812 accogliendo entusiasticamente l’appello di Napoleone: "È arrivato il momento che avete tanto desiderato. Il nemico è davanti a voi: ricordatevi che siete dei soldati francesi". Il 7 settembre la “Grande Armée” faceva un ingresso trionfale a Mosca e Napoleone s’installava al Cremlino. Non immaginava, l’Imperatore, che sarebbe stato sconfitto dal fuoco e dal generale Inverno.

Quando Rostopchine, il governatore di Mosca, diede l’ordine d’incendiare la città, Napoleone scrisse nel suo diario: "È una tattica orribile, senza precedenti nella storia civile. Bruciare la propria città! Una scelta barbarica, demoniaca". Resta il fatto che, dopo aver resistito poche settimane, fu costretto alla retromarcia: l’esercito era stanco, affamato, demoralizzato, le malattie e i contagi non davano tregua, per di più si era messo a nevicare e la temperatura scendeva di notte a 35 gradi sottozero.

Il 15 ottobre fu ordinata la partenza con obiettivo Smolensk (430 chilometri a ovest di Mosca), dove l’Armée aveva un importante campo logistico e alimentare. Il viaggio si rivelò una catastrofe. Gli uomini cadevano uno dopo l’altro. Arrivati il 3 novembre 1812 a Viazma, vennero accolti dai cannoni di Miloradowitch, soprannominato “il Murat russo”, e dalle cariche dei cosacchi del Don guidati dal conte Platov. Fu un massacro, sul quale presto scese il silenzio. Fino a ieri: la Storia ha la memoria lunga.