Maicol & Mirco (al secolo Michael Rocchetti)
Maicol & Mirco (al secolo Michael Rocchetti)

Bologna, 15 ottobre 2019 - "Io non condivido quasi mai le opinioni dei miei personaggi. Loro sono altro da me, e spesso mi portano in posti dove mai avrei pensato di andare…”. Maicol & Mirco – pseudonimo di Michael Rocchetti – racconta così i suoi 'scarabocchi', le vignette su sfondo rosso con riflessioni e battute sulla vita matrigna, la morte e altre amenità. La prima pubblicazione sul web, dove sono diventati virali, poi eccoli su carta e ora Bao Publishing li pubblicherà integralmente in una serie di volumi (potenzialmente infinita, visto che l'autore continua a produrli a ritmo giornaliero). Il secondo tomo, chiamato ‘SOB’ (dal suono onomatopeico che, nel fumetto, indica tristezza e pianto), sarà presentato il 15 ottobre a Bologna (ore 19), alla libreria Modo Infoshop di via Mascarella. Oltre ad aver ricevuto numerosi premi, Rocchetti insegna Arte del Fumetto all'Accademia di belle arti dell'Aquila.
Maicol & Mirco, due nomi per una persona sola. Come mai? Lei è uno e bino?
“Nel tempo ho dato diverse risposte, ma la realtà, come spesso accade, è molto banale. All’inizio eravamo in due a fare queste vignette, poi l’altro ragazzo ha seguito, con successo, altre strade professionali. Ma ho tenuto la dualità del nome perché, in fondo, non so mai se sono io a scrivere o i personaggi che prendono vita. Inoltre è un omaggio a tutti quelli che mi aiutano a scrivere, da quelli che incontro, agli autori delle letture che faccio. Disegno da solo, ma in realtà solo non sono mai”
Le hanno mai detto che disegna male?
“Beh, dipende cosa si intende per bello e per brutto. Il mio modo di disegnare è più simile alla scultura, lavoro per sottrazione. Sono cresciutocon le opere di Bruno Bozzetto, Altan, Vincino, di alcuni francesi come Edika, che scarabocchiava letteralmente la tavola. Ci vuole un controllo enorme nell’essere semplici quanto nell’essere complicati. Anzi, io credo che, nel fumetto, il disegno debba essere essenziale, fluido, funzionale. Dovrebbero essere i maestri che hanno stili elaboratissimi, mi viene in mente Alex Raymond, a spiegare perché usano tanti segni quando ne basterebbero molti meno”. 
“Hai studiato disegno 30 anni di troppo”, le dice sua mamma in una vignetta. A propostito, lei che dice del suo lavoro? Nel volume ci sono molte freddure ciniche sul rapporto genitori-figli, quasi i genitori venissero visti come 'cannibali' delle vite della loro progenie...
“Mia mamma è un'insegnante di italiano, io ho sempre disegnato invece che scrivere, e la mia aspirazione a farne una professione non è sempre stata vista di buon occhio. Ma ci siamo riappacificati da tempo, e ora io e lei sembriamo personaggi delle mie strisce”.
C’è chi ha accostato le sue battute alla poesia, alla filosofia, scomodando persino Samuel Beckett. Sente la pressione di tali paragoni?
“Io dico sempre che sono purissimo fumetto. Questa arte ha ancora tanti territori da esplorare, nonostante sia nata quando l’uomo viveva nelle caverne. Oggi molti autori sono ingabbiati in confini troppo stretti, si può e si deve osare di più. Dal punto di vista del lettore, poi, il fumetto ormai è stato sdoganato come medium a sé, non è più solo 'propedeutico' alla letteratura”
Come nascono i suoi scarabocchi?
“Molti pensano che sia una sorta di diario disegnato, ma non è così. Quello che dicono i miei personaggi è farina del loro sacco, io chiedo solo che siano storie interessanti, altrimenti le butto nel cestino. Ma sono loro che decidono dove portarmi. E' una banalità, forse, ma è così: sono il primo lettore di me stesso, e esigo di essere soddisfatto”
“Non sono in vendita. Non valgo niente”, fa dire a un suo scarabocchio. Lo sa che tanti lettori ridono, poi ci pensano e si deprimono? Non si sente un po' in colpa?
“(ride, ndr) La depressione ha anche un valore catartico. Ma le dirò di più. Carmelo Bene diceva che gli interessavano Riina e Poggiolini, “due sommi casi patologici”. Ecco, il mio mestiere mi permette di visitare certi ambientacci e incontrare personaggi poco raccomandabili. La narrazione ti permette di metterti nei panni della vittima e del carnefice, panni che non indosseresti mai nella vita. E' un privilegio”.
Le tue vignette piacciono anche a chi non legge fumetti. E' un bene o un male?
“E’ una cosa che mi dicono spesso, mi piace. Lo rivendico con orgoglio, perché il fumetto è una delle narrazioni più popolari, è sempre stato considerato come la lettura del camionista e del militare, della casalinga. Per me il fumetto deve arrivare dove non arriva nessuno, altrimenti non funziona”.
I tuoi scarabocchi hanno sempre lo sfondo rosso. Come mai?
“Come tutte le cose che funzionano, è stata una casualità. Quando ho iniziato, nel 2000-2001 volevo un colore violento e immediato, che si differenziasse. Certo, potevo cambiare, potevo farne 10 rossi, poi 10 gialli e così via, ma poi quel colore è diventato qualcosa di imprescindibile. Una sorta di bandiera degli scarabocchi: se lo modificassi, non sarebbero più loro”.