Andrea Martini Il romanzo “Tre piani” dello scrittore israeliano Eshkol Nevo annoda tre storie che pongono altrettanti quesiti di moralità. Nanni Moretti che del problema morale – personale e civile – ha fatto la sua costante preoccupazione, nonché il pilastro della sua creatività, ne è stato naturalmente attratto. Nel testo letterario i tre piani fanno riferimento...

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Martini

Il romanzo “Tre piani” dello scrittore israeliano Eshkol Nevo annoda tre storie che pongono altrettanti quesiti di moralità. Nanni Moretti che del problema morale – personale e civile – ha fatto la sua costante preoccupazione, nonché il pilastro della sua creatività, ne è stato naturalmente attratto. Nel testo letterario i tre piani fanno riferimento ai tre stati della psiche, Es, Io e SuperIo, e al comune stabile di residenza dei protagonisti. Ciascuno di loro racconta in prima persona la propria vicenda a un immaginario interlocutore attraverso un monologo autoanalitico che la brillantezza della scrittura di Nevo rende avvincente.

Discutere un film partendo dal confronto col romanzo significa compiere un doppio reato di leso autore ma talvolta è necessario. Per mettere in evidenza l’imponenza dei problemi che la sfida poneva a Moretti: dal dare nuova temperie al binomio colpa-perdono, che nella cultura ebraica ha valenze non corrispondenti alla nostra, al dover frammentare la produttiva unità temporale dei monologhi. Alla fine il giovane pubblicitario che atterrisce l’anziano vicino a cui imputa sospette attenzioni verso la figlia e che non esita, per scoprine le colpe, a deflorarne la giovanissima nipote; la fragile moglie che accoglie e accudisce il cognato in fuga nonostante i dissapori familiari, il giudice integerrimo che non perdona il figlio e che costringe la moglie a ripudiarlo, vengono integrati nell’universo di Moretti, risemantizzati al tal punto da renderli autonomi dall’ispirazione letteraria. Ma a quale prezzo? “Tre piani“ è un film ammirevole ma goffo, troppo elaborato per non essere impacciato. La sceneggiatura fa percepire un arduo assemblaggio di “microacts“ morettiani e non facilita l’interpretazione degli attori che (Margherita Buy a parte) appaiono impauriti, lontani dalla consueta leggerezza.