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24 mar 2022

"La mia Notre-Dame, una storia di coraggio"

Jean-Jacques Annaud racconta il suo film sul rogo della cattedrale nel 2019: "Fu il caos, poi i pompieri si infilarono fra le fiamme"

24 mar 2022
giovanni bogani
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Notre-Dame
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"Io non sono credente, ma penso che le religioni siano necessarie nella storia dell’umanità. E non posso fare a meno di provare emozioni forti in una chiesetta di campagna, e più che mai in una cattedrale. La prima volta che ho visto Notre-Dame ero bambino, avevo otto anni: ho iniziato subito a fotografarla, affascinato. Se ho studiato l’arte e l’architettura medievale, e poi da lì sono arrivato al cinema, lo devo a Notre-Dame, a quell’emozione enorme provata da bambino".

Quando ha visto Notre-Dame bruciare, in televisione, ha pensato: "Tanti registi vorranno gettarsi su questa storia", e ha detto a se stesso: "Ma io no". Che cosa le ha fatto cambiare idea?
"Ho deciso di raccontare l’incendio di Notre-Dame quando ho capito che non avevo capito niente. Non avevo compreso in quale caos si fosse svolto il salvataggio della struttura, di quanti contrattempi, quanti intoppi nei soccorsi ci siano stati. E poi ho capito che tutto è stato reso possibile dal coraggio di pochi uomini, che si sono letteralmente infilati dentro le fiamme. A quel punto ho deciso di fare il film".

Jean-Jacques Annaud, 78 anni, ha ancora la voce e l’entusiasmo di un ragazzo. E con quella voce racconta Notre-Dame in fiamme. Il film che ricostruisce il tragico incendio che devastò la cattedrale parigina il 15 aprile 2019. Sarà nelle sale dal 28 marzo, e dal 15 aprile su Sky cinema e in streaming su Now. Vincitore di un Oscar al miglior film straniero, di quattro César, gli Oscar francesi, di un premio Flaiano e del premio alla carriera al festival di Mosca, Annaud è il regista del Nome della rosa, de L’amante, di Sette anni in Tibet. Uno che sa che cosa significa affrontare grandi sfide spettacolari.

Di questo film lei è anche sceneggiatore. È stato difficile pensarlo e realizzarlo?
"Al contrario! È stato un film facilissimo da scrivere, perché la realtà sembrava inventata da uno sceneggiatore hollywoodiano, piena di colpi di scena, di dramma, di salvezza. Anche girarlo non è stato così difficile: dato il tema, ognuno ha dato il 101 per cento di sé per realizzarlo".

Le fiamme dominano altri due suoi film: La guerra del fuoco, ambientato nella preistoria, e Il nome della rosa, quando devastano la biblioteca dell’Abbazia con i suoi tesori. Che cosa la attrae e la atterrisce del fuoco?
"Il fuoco è l’elemento più cinematografico del mondo. È mobile, crea luci e ombre, dà la vita – come nella Guerra del fuoco – e dà la morte – come nel Nome della rosa. Il fuoco è difficile da maneggiare, da controllare: è come una star del cinema".

Fuoco che, nel suo film, è in gran parte reale. Avete usato pochi effetti speciali, dice…
"Tutto quello che si vede di fuoco, e di fumo, nel film è vero. Non puoi chiedere agli attori di ‘recitare’ di avere caldo, e se li fai recitare su uno sfondo verde, invece che vicino a un vero fuoco, tutto sembra più falso".

Ha anche scelto di non utilizzare star internazionali. In precedenza, aveva girato con Sean Connery, o con Brad Pitt.
"Ma qui avevo già una star internazionale: Notre-Dame. La francese più conosciuta da mille anni. È lei la star del film. E poi, volevo che si capisse un’altra cosa molto importante: i pompieri non sono individualisti, lavorano sempre in squadra, in gruppo. Mettere attori troppo celebri in questo gruppo ne avrebbe incrinato compattezza".

In un suo film, Il nemico alle porte, con Jude Law, lei racconta l’assedio di Stalingrado. La grande tragedia di un popolo, con un milione di morti dentro quella città. Che effetto le fa vedere, ora, l’assedio che stringe in una morsa un paese intero, l’Ucraina?
"È esattamente l’inverso di quello che accadde allora: a Stalingrado i russi difendevano il loro suolo, le loro case, la loro città, morivano per la loro patria invasa dai nazisti. Ora è il contrario: c’è un paese invaso e massacrato, al quale va tutta la mia pena, la solidarietà, il mio dolore. Ma provo pena anche per i miei molti amici russi: penso siano male informati su ciò che sta accadendo. È una tragedia che destabilizzerà il mondo intero per molto, molto tempo a venire".

 

 

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