Giovanni Morandi Quelli che poi capirono di aver capito poco avevano coniato lo slogan: siamo realisti chiediamo l’impossibile. Oggi invece abbiamo capito che lo slogan giusto è: siamo visionari chiediamo il possibile, perché abbiamo scoperto quante siano le cose di cui siamo costretti a privarci. Così...

Giovanni

Morandi

Quelli che poi capirono di aver capito poco avevano coniato lo slogan: siamo realisti chiediamo l’impossibile. Oggi invece abbiamo capito che lo slogan giusto è: siamo visionari chiediamo il possibile, perché abbiamo scoperto quante siano le cose di cui siamo costretti a privarci. Così può capitare, grazie al color giallo, di commuoversi nel prendere il caffè al bar o di ripassare davanti alla vecchia trattoria per trovarsi di nuovo accolti con un calore dimenticato: l’odore delle pietanze un tempo era gradevole ma ora, dopo la lunga assenza, è un’emozione indicibile. Che cosa si può desiderare di più? Nulla. Perché, che cos’è la felicità se non la normalità ritrovata, sia pure senza illudersi sia definitiva, ma con la fortuna consapevole di poterla rivivere. E che cos’è l’assenza di felicità se non la privazione delle cose semplici che danno sapore alla vita. Questa è la felicità, il piacere delle abitudini, la fedeltà ad esse, la gioia di ritrovarle o il dispiacere di vedersele strappate per motivi sia pure validi e incontestabili ma laceranti. L’esclusione del nostro solito ristorante in questi mesi è stata il simbolo della rinuncia alla semplicità del vivere. Che è fatto anche di bontà di sapori e di piacere nel poter ritrovarsi vicine, a un tavolo, persone amiche o amate per stare con loro. Questo significa entrare nella vecchia trattoria, quando si mescola il freddo della strada col caldo della cucina e si sente l’affetto nel saluto del cameriere che si avvicina gentile e lo troviamo invecchiato come noi.