Un'immagine simbolo di Laura Antonelli
Un'immagine simbolo di Laura Antonelli
Tra le pile di romanzi che in questi giorni campeggiano nelle librerie francesi ne figura uno dal titolo, almeno per noi, folgorante: Laura Antonelli n’existe plus. Nella fascetta appare, in una foto in bianco e nero, il volto perfetto di colei che Visconti definì come la donna più bella del mondo. “Laura Antonelli non esiste più” fu la lapidaria frase con cui l’attrice apostrofò un noto giornalista italiano che la cercava insistentemente quando ormai, al termine della sua parabola, si era autoconfinata in due squallide stanzette del litorale romano. Quel grido di dolore dà oggi il via al romanzo del giornalista scrittore Philippe Brunel, già attratto dalla nebulosa...

Tra le pile di romanzi che in questi giorni campeggiano nelle librerie francesi ne figura uno dal titolo, almeno per noi, folgorante: Laura Antonelli n’existe plus. Nella fascetta appare, in una foto in bianco e nero, il volto perfetto di colei che Visconti definì come la donna più bella del mondo. “Laura Antonelli non esiste più” fu la lapidaria frase con cui l’attrice apostrofò un noto giornalista italiano che la cercava insistentemente quando ormai, al termine della sua parabola, si era autoconfinata in due squallide stanzette del litorale romano.

Quel grido di dolore dà oggi il via al romanzo del giornalista scrittore Philippe Brunel, già attratto dalla nebulosa sorte due figure pop italiane come Tenco e Pantani, centrato sull’attrice di Malizia e L’Innocente, primo simbolo sexy dell’Italia post bigotta. Ad attrarlo è soprattutto la corsa sfrenata di un destino perverso che portò l’attrice dai fasti della celluloide agli abissi della droga, dall’amore per Belmondo agli incontri di una notte, dalla sfarzosa villa di Cerveteri all’eremitaggio di Ladispoli.

Un percorso facilmente romanzabile anche se va detto, il libro di Brunel è ben documentato e le sue ricostruzioni assai prossime al vero.

Con il ritmo nervoso da ex inviato, Brunel racconta infatti in prima persona l’affannosa ricerca che in una calda estate romana ebbe a fare dell’attrice italiana, su richiesta di un sedicente produttore. Il racconto avanza, con la cadenza della detective story. Il giornalista ha così, attraverso le memorie e le confessioni di individui spesso doppi e ambigui - un attore di serie B, un passato amante, un giornalista locale, un confidente della polizia - l’opportunità di ricostruire fatti ed episodi più o meno conosciuti ma trasfigurati e resi avvincenti.

Esce fuori una Laura Antonelli vittima sacrificale di meccanismi perversi a cui l’attrice di origini istriane, colpita da improvviso successo, non seppe fare fronte.

Brunel è sottile nell’afferrare il suo segreto: la sua bellezza non era statuaria come quella di Sofia Loren né spettacolare come quella di Claudia Cardinale ma possedeva qualcosa di speciale. Un viso d’angelo combinato con un corpo da peccatrice, un accostamento che seppe incantare generazioni di padri e di figli di un Italia degli anni ’80 attratte dalle prime ancora ingenue trasgressioni. E la Antonelli le incarnò alla perfezione lasciandosi però trascinare oltre in un terreno dove sfrontatezza e masochismo andavano spesso a braccetto, dove bruciare i fogli da diecimila lire avrebbe dovuto servire a sorprendere e la droga a darsi coraggio per simili imprese. La cocaina era di casa ma l’accusa di spaccio, che si dimostrò - ma molto più tardi - ingiusta, aprì la strada al declino. Il passaggio in un istituto psichiatrico e subito dopo il trattamento al collagene che, passo dopo passo, si trasformò in un serie di interventi di chirurgia plastica deformanti fecero il resto.

Il romanzo riscatta la figura dell’attrice, svela qualche particolare rimasto nell’ombra, ne inventa altri. Alla fine il giornalista incontrerà la diva e da quest’incontro frutto di finzione si rivela forse un’ intimità più vera di quello disegnatoci dalla cronaca. Ancora una volta la gloria suona effimera e il cinema crudele. Anche se nel suo caso un indiretto profetico avvertimento gli era giunto per mano di Comencini quando nel ’74 aveva girato Mio Dio, come sono caduta in basso!