Da sinistra Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Corrado ed Enzo Tortora
Da sinistra Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Corrado ed Enzo Tortora
Pippo Baudo, oggi lei compie 85 anni. Quanti di carriera? "Ho cominciato a 23, faccia lei il conto". Da giovane, a vent’anni, come vedeva il suo futuro? "Ci puntavo molto. Quando sono arrivato a Roma, ho affrontato il provino alla Rai, esaminato da Antonello Falqui e Lino Procacci. Mi hanno giudicato utilizzabile da subito, allora ho pensato che la cosa era fattibile". Lei viene dalla provincia... "La provincia è una grande forza. Sono di Militello, un piccolo paese, poi sono andato a Catania dove ho lavorato in qualche teatro. Ma Catania era ancora troppo piccola, non mi bastava. Così ho fatto un patto con mio padre: se mi fossi laureato, avrei avuto un mese per stare a Roma. La partenza è stata tristissima, mia madre piangeva, mio padre la consolava dicendole: “Non preoccuparti, torna subito“. Invece non sono più tornato". Con Corrado, Mike, Enzo Tortora, lei faceva parte dei quattro moschettieri della tv italiana. Che rapporto aveva con loro? "Per Tortora avevo grande stima, ma non c’era molta amicizia, perché lui si considerava un giornalista prestato alla conduzione. Corrado aveva un’ironia pungente, cercava sempre la battuta sfottente. Con Mike invece c’è stata una vera, grande amicizia. Anche se avrebbe avuto tutti i motivi per...

Pippo Baudo, oggi lei compie 85 anni. Quanti di carriera?

"Ho cominciato a 23, faccia lei il conto".

Da giovane, a vent’anni, come vedeva il suo futuro?

"Ci puntavo molto. Quando sono arrivato a Roma, ho affrontato il provino alla Rai, esaminato da Antonello Falqui e Lino Procacci. Mi hanno giudicato utilizzabile da subito, allora ho pensato che la cosa era fattibile".

Lei viene dalla provincia...

"La provincia è una grande forza. Sono di Militello, un piccolo paese, poi sono andato a Catania dove ho lavorato in qualche teatro. Ma Catania era ancora troppo piccola, non mi bastava. Così ho fatto un patto con mio padre: se mi fossi laureato, avrei avuto un mese per stare a Roma. La partenza è stata tristissima, mia madre piangeva, mio padre la consolava dicendole: “Non preoccuparti, torna subito“. Invece non sono più tornato".

Con Corrado, Mike, Enzo Tortora, lei faceva parte dei quattro moschettieri della tv italiana. Che rapporto aveva con loro?

"Per Tortora avevo grande stima, ma non c’era molta amicizia, perché lui si considerava un giornalista prestato alla conduzione. Corrado aveva un’ironia pungente, cercava sempre la battuta sfottente. Con Mike invece c’è stata una vera, grande amicizia. Anche se avrebbe avuto tutti i motivi per detestarmi. Allora faceva La Ruota della Fortuna, la trasmissione andava così bene che il Tg5, che la seguiva, spesso batteva il Tg1. Il direttore del Tg1 mi chiamò, disperato, chiedendomi di trovare un rimedio. E io inventai Luna Park, che ebbe un grande successo. Così grande che La Ruota dovette chiudere".

A proposito di Mediaset, dovrei chiederle qual è stato il più grande errore della sua vita.

"Andare a Mediaset (allora si chiamava ancora Fininvest, ndr). Sono grato a Berlusconi che mi offrì un contratto così incredibile che fece arrabbiare anche Mike. Feci Festival con Lorella Cuccarini e Gaspare e Zuzzurro. Fu un enorme successo, ma avevo nostalgia della Rai. Ogni volta che finiva una puntata, pensavo: alla Rai è un’altra cosa. Parlai con Berlusconi e gli chiesi di lasciarmi andare. Lui capì il mio stato d’animo e acconsentì. “Ma devi pagare una penale“, mi disse. Pretese il palazzetto che avevo comprato al Palatino. E glielo diedi, compreso il bar che stava al piano terra. Ma il brutto fu che la Rai non mi cercava. Passavo le giornate accanto al telefono – un telefono verde, ricordo – chiedendogli: quando squilli? Se mi chiamava qualcun altro, chiudevo in fretta la comunicazione, avevo il terrore che mi cercassero dalla Rai e non mi trovassero. Biagio Agnes, potentissimo direttore Rai, aveva sentenziato: “Pippo Baudo non tornerà mai più“".

Invece la richiamarono.

"Sa come andò? Per la ricorrenza dei Morti Biagio Agnes tornò al suo paese, Serino. Mentre depositava i fiori sulla tomba dei genitori, gli si avvicinò una donna che gli disse: “A’ da torna’ Pippo Baudo, sennò muori“. Così lui mi chiamò e mi chiese se avevo qualche parente a Serino. Gli risposi che non sapevo nemmeno dell’esistenza di quel paese. Allora mi disse: “siccome non voglio morire, torna alla Rai“. Quando gli feci vedere la copia del contratto con Berlusconi, rimase trasecolato. “Hai rinunciato a tutti questi soldi?“, mi chiese. “L’ho fatto per amore“, gli risposi. Ricominciai con Serata d’onore su Raidue, che ebbe un successo straordinario. Adriano Celentano, che mi aveva promesso di venire in trasmissione appena fossi rientrato in Rai, venne, e venne gratis. Come ospite avemmo anche Carla Fracci, con Gino Landi ci divertimmo a farle fare ciò che non aveva mai fatto: ballò il cancan".

Ha confessato che il suo sogno è sempre stato dirigere un’orchestra.

"Avrei dato la vita per riuscirci. Il problema è che il direttore deve seguire contemporaneamente la partitura di tutti gli strumenti, io riesco a leggere la musica, ma non così bene. Pippo Caruso cercava di insegnarmi, ma inutilmente. Rinuncerei a tutto pur di avere la bacchetta in mano".

Di tutti i Sanremo che ha condotto, quale ricorda con maggior piacere?

"Quello che ebbe due vincitori, Simone Cristicchi e Fabrizio Moro. Quando sentii le loro canzoni rimasi colpito perché erano diverse da tutte le altre. Speravo vincessero, ma non erano certo i favoriti. Quando il notaio mi telefonò per comunicarmi i voti, sono materialmente svenuto dalla felicità."

Qual è il giorno che vorrebbe rivivere?

"Quello del primo Festival, nel 1968. Mi scelsero perché l’anno precedente era morto Luigi Tenco. Mike Bongiorno, che conduceva la trasmissione, liquidò sbrigativamente la cosa: “Come sapete dai giornali“, disse agli spettatori, “ieri è morto il cantante Luigi Tenco“. Non disse altro. Alla Rai non gradirono quel suo modo sbrigativo e decisero di cambiare. Così Gianni Ravera chiamò me, in modo del tutto inaspettato. Ricordo tutto di quell’edizione, ricordo anche che, salendo le scale del Casinò dove allora si svolgeva il Festival, a metà mi dovetti fermare. Mi mancava il respiro. Ero oppresso dall’ansia. Invece tutto andò bene".

Compresa l’esibizione di Louis Armstrong.

"Dopo aver eseguito il suo brano Ciao, il gruppo che lo accompagnava, tra cui anche Franco Cerri, gli giocò uno scherzo. Attaccò When the Saints e lui cominciò a suonare e a cantare. Rischiava la squalifica. Ravera mi prese per un braccio: “Fermalo!“, mi ordinò. Così salii sul palco e gli strappai la tromba dalla bocca. Solo un incosciente avrebbe potuto farlo. Tre giorni dopo incontrai Armstrong alla Rai di Milano. Mi fissò e mi disse, gelido: “Fuck you!“".

Lei ha avuto grandissimi ospiti internazionali. Come faceva a convincerli?

"Compravo una pagina su Billboard, con su scritto soltanto ‘Sanremo Festival’. Pensavo che gli americani ci sarebbero cascati, e infatti ci cascarono. Vennero Bruce Springsteen, Madonna, Whitney Houston al suo debutto televisivo. Oggi è diventato un festivalino".

Cosa vede nel suo futuro?

"Ci mancherebbe che mi rimettessi in gioco. Mi limito a guardare, e purtroppo vedo sempre le stesse cose, un format ripetuto 7, 8 volte. Leggo che Carlo Conti torna con Tale e quale, ma è possibile? Ancora? È tremendo. Paolo Bonolis è bravissimo, è colto, spiritoso, intelligente. Ma non si vergogna a fare tutti gli anni Avanti un altro? Ma sforzati, inventa qualcosa di nuovo. E poi tutta quella volgarità... alla volgarità ricorre chi non è bravo. La tv di oggi è fatta solo di fotocopie".