Francesco Guccini da giovane (Bezzi)
Francesco Guccini da giovane (Bezzi)

Bologna, 15 febbraio 2020 - Nel 1965 Francesco Guccini scrive Dio è morto (se Dio muore è per tre giorni poi risorge), una “canzonetta” che in breve assurge a inno di chi cerca un "Dio risorto" dentro la novità di "ciò in cui crediamo e vogliamo", dentro "il mondo che faremo". Sabato 29 febbraio alle ore 17.45 a Bologna, nell’Aula Magna di Santa Lucia, ospitati dal Magnifico Rettore Francesco Ubertini, il Cardinale Matteo Zuppi e Francesco Guccini, stimolati dal direttore di QN il Resto del Carlino Michele Brambilla, si confronteranno sui grandi temi riproposti da oltre 50 anni in Dio è morto, brano immortale nel continuo costringerci ad affrontare le contraddizioni del nostro tempo. L'incontro fa parte del programma di eventi collaterali della mostra "NOI: Non erano solo canzonette" in scena a Palazzo Belloni a Bologna. L’evento, realizzato grazie al sostegno di Bper Banca e al supporto organizzativo di Vivaticket, è aperto al pubblico, con ingresso libero previa registrazione. Sarà possibile assistere al confronto anche in diretta streaming. 

di LEO TURRINI

Papa Paolo VI non lo disse mai pubblicamente, eppure era ben consapevole di non poter reggere il confronto con la strabordante popolarità del predecessore. Giovanni XXIII, il cardinale Roncalli, aveva conquistato i cuori dei cattolici con la sua bonomìa contadina. Paolo VI sembrava invece algido, freddo, troppo intellettuale nella sua religiosità austera.
Ma a questo punto conviene accendere una radio. E allora il giudizio della storia, la storia vaticana, forse potrebbe persino essere corretto dalle vicende di una canzone. E non è uno scherzo.
La censura. A metà degli anni Sessanta, un dinoccolato nonché disincantato artista di provincia cavava dalla sua chitarra brandelli di emozione purissima. Sarà stato il banale desiderio di una vita migliore, sarà stato il rifiuto generazionale dell’ipocrisia, ma insomma, la faccio breve: Francesco Guccini era uno che aveva capito.

Nel tumulto di una generazione che simbolicamente uccideva il padre (dubitando però dei figli e dei nipoti!), Guccini faceva cultura senza cedere alla adulazione di chi voleva farne un guru. Era schietto come un bicchiere del vinaccio da osteria che beveva ed era lucidissimo quando scrisse Dio è morto, un brano che era blasfemo solo nel titolo ma straordinariamente intriso di spiritualità nel contenuto, nel testo.
Ora, è passato più di un mezzo secolo e nulla è cambiato in Italia, Paese in cui lo slogan prevale sulla sostanza, l’annuncio sulla realizzazione e bla bla bla. Figuriamoci poi nella Rai bigotta e codina del 1967, anno in cui la voce potente di Augusto Daolio, mitico leader dei Nomadi, diede voce alla gucciniana sublimazione.

Dio è morto? Pussa via, gridarono i burocrati di Via Teulada e Viale Mazzini. Alla radio di Stato, quella presunta bestemmia che evocava Nietzsche, brrrr!, era vietatissima. Mai trasmessa. Censurata. Poco apprezzata anche in una versione “morbida”, cioè con testo meno aspro, incisa, sempre nel ’67, da Caterina Caselli. 

Il Papa. Ma qui, appunto, salta fuori Paolo VI. Il Pontefice malinconico, triste, per nulla propenso alle esternazioni ad effetto.
Narra la leggenda che fu un giovane teologo ad invitare il Vicario di Cristo ad ascoltare Dio è morto. Il Papa accolse il suggerimento e comprese perché lui appunto era diventato Papa mentre i suoi coetanei universitari al massimo erano diventati ministri democristiani.
Paolo VI colse la speranza nel messaggio di Guccini: non moriva Dio nel sogno di una società migliore, anzi, era vero esattamente il contrario, "in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, in ciò che noi faremo Dio è risorto...".
Il miracolo. Andò a finire che chi voleva sentire il pezzo di Francesco doveva sintonizzarsi sulla Radio Vaticana, che su pontificia sollecitazione non esitava a trasmettere il brano. Magari, prima di ascoltare Dio è morto , i fan di Guccini e dei Nomadi si dovevano sciroppare un rosario, un vespro e Pater-Ave-Gloria.
Ma chiunque si riconosca nella grandezza della canzone (e nella grandezza di Paolo VI, disc jockey a sua insaputa!) si rende conto che ne è valsa la pena.