Sono pieni di ferite e di cicatrici mai rimarginate. Sono scrostati come vecchi appestati, sembra debbano dissolversi da un momento all’altro come fantasmi evocati in una seduta spiritica, sono vecchie signore che non hanno più la forza di imbellettarsi per cercare di riaggiornare antichi fasti. Sono i cinema abbandonati che un fotografo svizzero, Simon Edelstein, da almeno una dozzina d’anni va a inquadrare nel suo obiettivo, in ogni angolo del mondo. Lui, che è anche regista e direttore della fotografia, per non smentire un dna cosparso di celluloide ha voluto rendere omaggio forse per un’ultima volta a quegli edifici – liberty o grondanti velluti, umili e sontuosi – che una volta hanno aperto le porte e illuminato gli schermi per propagare la magia del cinema. Una...

Sono pieni di ferite e di cicatrici mai rimarginate. Sono scrostati come vecchi appestati, sembra debbano dissolversi da un momento all’altro come fantasmi evocati in una seduta spiritica, sono vecchie signore che non hanno più la forza di imbellettarsi per cercare di riaggiornare antichi fasti.

Sono i cinema abbandonati che un fotografo svizzero, Simon Edelstein, da almeno una dozzina d’anni va a inquadrare nel suo obiettivo, in ogni angolo del mondo. Lui, che è anche regista e direttore della fotografia, per non smentire un dna cosparso di celluloide ha voluto rendere omaggio forse per un’ultima volta a quegli edifici – liberty o grondanti velluti, umili e sontuosi – che una volta hanno aperto le porte e illuminato gli schermi per propagare la magia del cinema. Una sorta di funerale artisticamente laico dove le immagini sono andate a comporre un libro: Abandoned Cinemas of the World (Jonglez Publishing).

In questo giro del mondo ecco che appare un cinema in India ormai ostruito da bancarelle e da dove sembra possano ancora uscire le note e le canzoni di un musical formato Bollywood. Ed ecco una sala a Vicenza, il cinema Corso, decorato da statue in stile neoclassico che paiono spettatori impietriti di fronte alla fine definitiva di un sogno. Ecco a Tangeri l’interno di una sala dal nome evocativo, “Cervantes”, che ha vissuto i tempi narrati da Paul Bowles e che ora si frantuma sotto il peso della dimenticanza. O in Inghilterra, a Bradford, dove il “Picture Palace” in mattoni rossi al posto di Valentino e Gable ora ospita un più prosaico venditore di tappeti, di quelli con la pancetta e il riporto che vanno a pubblicizzarsi in televisione, immaginiamo. O quel “Cine Avenida” di Costa Nova, in Portogallo, che con la sua bellissima struttura geometrica evoca un passato che sognava il futuro.

Questa carrellata di “morti” più o meno illustri fa venire in mente una frase straordinariamente cinica e provocatoria di Mario Monicelli: "Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente". Sicuramente non lo pensava. Forse.

Ma quei cinema che non ci sono più, chiusi e abbandonati già da anni, creano un corto circuito visivo e mentale catapultandoci in una sorta di buco nero fino al presente. All’oggi del Covid, della pandemia che non ha chiuso soltanto sale vecchie e fatiscenti, le ha chiuse proprio tutte disancorandoci da una realtà assodata per farci navigare verso mari che parlano del futuro del cinema ma che noi ancora non riusciamo a comprendere.

Ha detto Pupi Avati che sognava di vedere il suo ultimo film Lei mi parla ancora su un grande schermo e quella speranza, nonostante il successo in streaming, non l’ha ancora abbandonata: "Se non si provvede rapidamente a creare una “nostalgia” della sala quell’emozione è destinata a perdersi. Il cinema sta uscendo dalle abitudini degli italiani".

Scorrono le fotografie di Edelstein e quei cinema sono già un’abitudine smarrita. Perché una sala cinematografica ha un suo profumo e più vecchia è più profuma e più sparge nello spazio suoni e rumori. Il ronzio metallico delle macchine da proiezione – oggi è il suono silenzioso del digitale –, il cigolio delle sedie di legno o di velluto, il fruscio delle tende che si aprivano nel foyer dando il via libera alla fruizione di un rito. Perché, senza essere blasfemi, una sala cinematografica è una chiesa laica capace di evocare spiriti intangibili enormi come giganti. Capace di farci pregare e piangere, sorridere e commuovere.

Le sale sono all’ultima prova, quella della pandemia, forse molte non riapriranno neppure e andranno ad arricchire una nuova versione del libro di Edelstein. Ma...

Ma in un paesino della Bassa Bolognese, Ca’ de Fabbri, il gestore del cinema “Mandrioli” ogni santo giorno accende il neon dell’insegna e fa partire la proiezione per un solo spettatore: lui, in platea. La lotta continua.