Albert Einstein (1879-1955), Nobel per la fisica nel 1921. A sinistra, la lettera all’asta
Albert Einstein (1879-1955), Nobel per la fisica nel 1921. A sinistra, la lettera all’asta
di Lorenzo Guadagnucci Si può pagare una lettera di un’unica pagina, sia pure scritta di suo pugno da Albert Einstein, la bellezza di un milione 243mila 707 dollari? Eccome se si può. È accaduto a Boston, alla casa d’asta Rr Auction, e pare che non ci sia da sorprendersi più di tanto. Spiegano gli esperti di fisica, o meglio di memorabilia einsteiniane, che la missiva del 26 ottobre 1946, scritta in tedesco e inviata al fisico polacco-americano Ludwik Silberstein è l’unico pezzo di carta oggi sul mercato che riporti la celebre equazione E=mc2 scritta a mano dal grande Albert. Ce ne sarebbero in circolazione altre tre, ma chiuse in archivi e non disponibili. Ne ha fatta di strada quella formuletta. In origine compariva in un piccolo saggio di sole tre pagine...

di Lorenzo Guadagnucci

Si può pagare una lettera di un’unica pagina, sia pure scritta di suo pugno da Albert Einstein, la bellezza di un milione 243mila 707 dollari? Eccome se si può. È accaduto a Boston, alla casa d’asta Rr Auction, e pare che non ci sia da sorprendersi più di tanto. Spiegano gli esperti di fisica, o meglio di memorabilia einsteiniane, che la missiva del 26 ottobre 1946, scritta in tedesco e inviata al fisico polacco-americano Ludwik Silberstein è l’unico pezzo di carta oggi sul mercato che riporti la celebre equazione E=mc2 scritta a mano dal grande Albert. Ce ne sarebbero in circolazione altre tre, ma chiuse in archivi e non disponibili.

Ne ha fatta di strada quella formuletta. In origine compariva in un piccolo saggio di sole tre pagine pubblicato il 27 settembre 1905 sugli Annalen der Physik, appena tre mesi dopo l’uscita dell’articolo intitolato Sulla elettrodinamica dei corpi in movimento, passato alla storia come Teoria della relatività ristretta. Era quasi una postilla al lavoro principale, ma conteneva una formula rivoluzionaria, sul momento comprensibile a pochi, destinata a cambiare la percezione e la conoscenza del mondo.

Una formula che ha finito per abbandonare il dominio della scienza ed entrare nella cultura pop. E=mc2 non è più – non è solo – ciò che significa per la storia della fisica: è un motto evocativo, un omaggio all’intelligenza senza frontiere, una strizzata d’occhio a una scienza scesa dal piedistallo, insomma un marchio buono per essere stampato su una maglietta, su tazze e bicchieri, o disegnato su un muro.

Scrivi E=Mc2 e non pensi a ciò che la formula vuole dimostrare, ossia che dentro una piccola quantità di materia può nascondersi un’enorme quantità di energia. Puoi non sapere che E, appunto, sta per energia, e che l’equivalenza è con la massa (m) moltiplicata per la velocità della luce (c, dal latino celeritas) il tutto elevato al quadrato. Puoi non sapere che tutto ciò è all’origine delle maggiori tecnologie del presente, ma appena scrivi quella formula, vengono in mente Einstein – forse l’unico scienziato di cui tutti o quasi tutti conoscono il nome e il volto – e per estensione una certa idea del mondo. Un mondo di velocità, di genio, di talento, un mondo che corre e che sente di avere con sé il vento della storia.

Einstein, del resto, è stato molto più che uno scienziato. La sua fotografia coi capelli scarmigliati e la clamorosa linguaccia mostrata al fotografo è un’icona del Novecento, un inno all’intelligenza e all’irriverenza, buono – più o meno – per tutti gli usi, e infatti è stato usato in infiniti modi. Fa il paio con la formula E=mc2 esibita in ogni dove. E lo stesso vale per alcune sue frasi celebri, che hanno il solo difetto d’essere meno passibili di riproduzione su maglie, copertine, bandiere, oggetti vari (ma si ritrovano comunque dappertutto).

C’è la frase che avrebbe detto al posto di frontiera negli Stati Uniti, appena arrivato dall’Europa infestata dal nazismo, quasi un manifesto per l’uguaglianza e la dignità della persona: "A quale razza appartengo? All’unica che conosco, la razza umana". E l’altra frase, anzi una battuta, o un aforisma che suona come uno sberleffo: "Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi".

Albert Einstein ci ha fatto questo regalo: con il suo aspetto, col suo gusto per la battuta, con la semplicità dei suoi modi, è riuscito a farci sentire suoi complici; così un E=mc2 sulla maglietta può diventare un segno distintivo, un’espressione di fratellanza con uno dei grandi geni del ’900. Un uomo che non mancò d’essere un intellettuale pubblico e che intuì prima di molti altri la potenza della comunicazione di massa: oggi è ripagato – a sua insaputa – con la sua faccia, le sue frasi e le sue equazioni fra i brand e le icone che ci portiamo dietro dal secolo scorso.