Roma, 14 febbraio 2018 - Il black power si mette la tuta. Nera, ovviamente. Black Panther balza sugli schermi di tutto il mondo, Italia compresa, per San Valentino. Il primo supereroe afroamericano della Marvel Comics affronta la sfida del botteghino con un carico di aspettative altissime. Non tanto perché promette la solita dose di azione superadrenalinica a cui ci hanno abituato questi prodotti, quanto perché punta ad ottenere un posto nella storia della cinematografia black, che negli Stati Uniti ha una gloriosa storia. “Sono un uomo di colore e voglio fare i film sulla gente di colore”, diceva Spike Lee. Sembra che i Marvel Studios l'abbiano preso in parola.

LA SOLLEVAZIONE CONTRO L'INSULTO DI TRUMP

A partire dalla scelta del regista, quel Ryan Coogler che si è fatto notare con 'Ultima fermata Fruitvale station', che racconta l'assurda morte di Oscar Grant, ucciso da un poliziotto a Oakland, e 'Creed', lo spin-off di Rocky sul figlio dell'ex rivale Apollo. Due pellicola di forte connotazione sociale che, in Usa, sono bastate a investire l'autore del titolo di nuovo portabandiera cinematografico coloured. Qualche settimana fa, poi, il cast – capitanato dal protagonista Chadwick Boseman, che aveva già esordito con la tuta in Capitan America: Civil War – si è sollevato contro le dichiarazioni del presidente Usa, Donald Trump, che aveva incluso gli Stati africani negli 'shithole countries', in pratica 'cesso di Paesi'. “Sono un discendente di un grande regno, mio nonno e il mio bisnonno erano re e principi – ha replicato a muso duro John Kani, che interpreta il papà di Black Panther –. Una frase che mostra una tale ignoranza non merita neanche un minuto del mio tempo”.

UN SOVRANO GIUSTIZIERE

Ma chi è Black Panther? Sotto il costume del supereroe creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1966 (era il numero 52 dei Fantastici Quattro), c'è T'Challa, sovrano del regno di Wakanda, una nazione dell'Africa subsahariana tra le più ricche e avanzate della Terra, grazie agli immensi giacimenti di vibranio (il materiale di cui è fatto lo scudo di Capitan America). Black Panther è un personaggio di secondo piano nell'Universo Marvel, tanto da non aver mai avuto una collata che sia durata più di qualche decina di numeri. Nella sua vita editoriale, è stato sempre molto legato alle tematiche del razzismo e della lotta dei diritti, anche se all'epoca Stan Lee cambiò per un periodo il nome del personaggio in Leopardo Nero, proprio per evitare la sovrapposizione con la storica associazione rivoluzionaria, il Black Panther Party. Tuttavia, molto spesso le sue storie sono state affidate ad autori di colore, che hanno approfondito i temi sociali: l'ultimo della lista è Ta-Nehisi Coates, giornalista e romanziere afroamericano, a cui è stata affidata la testata a fumetti nel 2016, probabilmente anche in previsione del lancio del film. 

LE TUTE IN NERO

Il razzismo, del resto, è un tema non più tabù per il mondo dell'entertainment: l'ambizione del film Marvel è di portare questi temi a un livello più alto. Gli eroi neri in quanto tali, infatti, non sono più una novità. Black Panther è stato, sì, il capostipite nei fumetti (poi seguito da tanti altr, tra cui Falcon, la spalla di Cap), ma non certo nel buio della sala cinematografica. Il primo film co-prodotto dai Marvel Studios – anno 1998 – infatti è stato Blade, con protagonista un cacciatore di vampiri di colore interpretato da Wesley Snipes (seguito da ben due sequel). Due anni fa, poi, Netflix ha sfornato la serie Luke Cage, col gigante d'ebano dalla pelle indistruttibile. E poche settimane fa, sempre sulla nota piattaforma di streaming, ha esordito Black Lighting, eroe coloured con poteri elettrici del pantheon Dc Comics (la casa di Superman e Batman). Senza contare ovviamente i componenti dei vari gruppi, da Cyborg – visto recentemente in Justice League – a Tempesta degli X-Men. Insomma, la sfida è aperta. Non resta che affilare gli artigli.