Giovedì 18 Luglio 2024
ELETTRA BERNACCHINI
Magazine

Artisti 7607 contro Netflix: "Dia i dati sullo streaming così da adeguare i compensi"

La società che rappresenta circa 3.200 attori e attrici ha deciso di portare la questione in tribunale

Roma, 26 marzo 2023 - Far sapere, per esempio, che 'Era Ora', la commedia romantica diretta da Alessandro Aronadio con Edoardo Leo e Barbara Ronchi, è il film non in lingua inglese più visto di Netflix non basta più. In realtà, questo dato non è mai stato sufficiente per valutare il giusto compenso di un attore protagonista di una pellicola sulle piattaforme streaming ed è per questo motivo che Artisti 7607, la società di collecting fondata, tra gli altri, da Elio Germano e Neri Marcorè, ha deciso di portare la questione in un tribunale civile.

Il ceo di Netflix, Greg Peters, a un evento sul futuro dell'intrattenimento (Ansa)
Il ceo di Netflix, Greg Peters, a un evento sul futuro dell'intrattenimento (Ansa)

Manca la trasparenza

Il problema è noto da tempo. Netflix, così come Apple, Disney+ e altre piattaforme streaming, non forniscono dati in merito allo sfruttamento di un determinato contenuto – quante volte viene visionato, da quante persone, quali sono i ricavi effettivi - e così facendo rendono impossibile per le società che gestiscono i diritti d'autore connessi alle opere calcolare il compenso "adeguato e proporzionato" per chi, di questi diritti, è titolare. La nuova direttiva n. 2019/790 dell'Unione Europea su copyright e mercato unico digitale, recepita in Italia con il dl. 177/2021, doveva servire proprio a tutelare il lavoro autoriale e performativo all'interno del nuovo panorama di mercato, fatto di serialità e della possibilità di riprodurre online, potenzialmente all'infinito, uno stesso contenuto. Gli effetti? Ancora non pervenuti, così come il controllo da parte dell'Agcom che dovrebbe dirimere i contenziosi tra le parti.

Attori in causa

Artisti 7607, che ad oggi rappresenta circa 3.200 attori e attrici italiane, è stato seduto al tavolo delle trattative con Netflix a lungo ma senza successo. Riguardo alla scelta di intentare una causa civile, la presidente Cinzia Mascoli – nota, tra gli altri, per 'Viaggi di Nozze' di Carlo Verdone e 'Il cielo in una stanza' di Carlo Vanzina – ha parlato di "un'inevitabile conseguenza" dovuta al mancato ottemperamento degli "obblighi di legge" da parte della piattaforma. Quello che manca, secondo gli artisti coinvolti, è un serio sistema sanzionatorio in materia, senza il quale le multinazionali come quella gestita da Ted Sarandos possono continuare a farla franca.

Siae contro Meta

Stanno avendo lo stesso problema i musicisti italiani iscritti alla Siae. Da più di una settimana, infatti, non è più possibile corredare i propri contenuti social con le canzoni degli artisti nostrani e il motivo è il mancato patto sulle licenze tra la Società italiana autori ed editori e Meta, la big tech cui fanno capo, tra gli altri, Facebook e Instagram. Il perché è stato chiarito dall'ente italiano. Meta si è rifiutata di "condividere informazioni rilevanti ai fini di un accordo equo", ponendosi "evidentemente in contrasto con i principi sanciti dalla Direttiva Copyright".

A Hollywood si rischia di nuovo lo sciopero

Per i colossi dello streaming c'è aria di burrasca anche oltreoceano. A Hollywood la Writers Guild of America, il sindacato degli sceneggiatori che oggi conta oltre 11mila membri, ha iniziato a osservare molto da vicino le pratiche remunerative messe in atto dall'avvento delle piattaforme streaming. Il 1 maggio 2023 scade il contratto collettivo attualmente in vigore e, in sede di trattativa con gli studi cinematografici per il rinnovo, il pagamento delle cosiddette royalties è senza dubbio uno dei temi più caldi. La contrattazione avviene ogni tre anni e questa volta entrambe le parti sono sotto pressione. Gli autori sono in difficoltà perché hanno visto le loro capacità di guadagno ridursi sempre di più a causa delle nuove logiche della serialità e della distribuzione online, mentre gli storici studios hollywoodiani devono da un lato competere con le nuove piattaforme e dall'altro reggere alla pressione di Wall Street. Per il Financial Times, insomma, c'è aria di sciopero, come fu nel 2007 quando per cento giorni più di 12mila sceneggiatori "alzarono le penne" e fecero perdere all'industria dell'intrattenimento Usa circa 1.5 miliardi di dollari.