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Chianti Classico, un cuore sempre più verde

Il 65% delle aziende vanta la certificazione biologica. Si rafforza il legame con il territorio: ecco le Unità geografiche aggiuntive in etichetta

La livrea è sempre quella, il bel piumaggio nero sulle zampe forti e il becco aperto in un canto spiegato. Ma il cuore del Gallo Nero, simbolo inconfondibile per il vino del Chianti Classico, è sempre più verde. E sempre più abbarbicato al territorio, a definire in un calice perfino il profilo di un campanile, di una torre, di un bosco, di un borgo. Verde, già. «Sostenibilità» è la filosofia dominante: con il 52,5% dei vigneti e il 65% delle aziende (insomma 3.650 ettari sui 7mila a denominazione dei 10mila totali) già dotati di certificazione biologica, il Chianti Classico si propone come una delle denominazioni più «green» d’Italia e non solo.

E nei prossimi tre anni la percentuale arriverà al 75%. E intanto già 4 aziende su 5 (su un totale di 485 di cui 342 imbottigliano) già seguono le linee guida dell’Oiv, dalla gestione dell’acqua alla riduzione dell’impronta di carbonio nelle fasi produttive, dalla gestione dei boschi alle buone pratiche in viticoltura, dal riciclo fino all’utilizzo di fonti di energia alternativa e alla coltivazione di piante mellifere per l’insediamento o l’aumento di popolazione delle api. Squadra compatta, allo stand-vetrina del Consorzio nel padiglione 9 di Vinitaly: 98 aziende con 200 etichette delle tre tipologie annata, riserva e gran selezione.

Con le ultime due che valgono ormai il 43% della produzione – 270mila ettolitri per una media di 35-38 milioni di bottiglie – e il 55% di un fatturato stimato sugli 800 milioni di euro, con le vendite del 2021 cresciute del 21% sul 2020 e perfino dell’11% su un già ottimo 2019, e con i primi due mesi di quest’anno che fanno assaporare già un prezioso +7%. L’export assorbe l’80% dell’imbottigliato, in 160 paesi: in testa gli Usa con il 33%, poi il Canada al 10, il Regno Unito con l’8, la Germania con il 6 e i Paesi scandinavi con il 5%. Particolare curioso, la performance in Corea del Sud: vendite raddoppiate sul 2020 e addirittura quadruplicate sul 2019, tanto da far decidere la nomina a nuovo «ambasciatore ad honorem» proprio di un coreano, il giornalista Jung Yong Cho. Ma ci sarà un altro debutto, allo stand del Chianti Classico. Una nuova identità arricchita da un’idea di legame più stretto con il territorio: sono le Unità geografiche aggiuntive, in sigla Uga, termine un tantino burocratese per significare un legame più stretto con il territorio.

Quando il ministero darà l’ok, in etichetta troveremo nomi che definiscono il luogo di nascita esatto di un Chianti Classico. Sono undici: San Casciano, Greve, Montefioralle, Lamole, Panzano, San Donato in Poggio, Radda, Gaiole, Castellina, Vagliagli, Castelnuovo Berardenga. Chianti Classico che si veste da Borgogna, e identifica al massimo le caratteristiche dei suoi vini, qua l’opulenza, là l’acidità, la freschezza, la finezza, i profumi. Durante Vinitaly, sette seminari condotti da esperti le spiegheranno al pubblico. Un progetto che vuole «rafforzare – spiega Giovanni Manetti, presidente del Consorzio – la comunicazione del binomio vino-territorio, aumentare la qualità in termini di identità e territorialità, consentire al consumatore di conoscere la provenienza delle uve e anche di stimolare la domanda attraverso la differenziazione dell’offerta. L’introduzione del nome dell’Unità Geografica in etichetta servirà infatti ad intercettare e soddisfare l’interesse dei consumatori che, in numero sempre maggiore, desiderano approfondire la conoscenza del rapporto fra i vini del Gallo Nero e il loro territorio origine».