Bologna, la dotta capitale della buona tavola
Bologna, la dotta capitale della buona tavola

Perché visitare Bologna e il suo territorio? Per i portici, per il Quadrilatero delle botteghe medioevali, per i musei, per il fascino dei palazzi nobiliari nelle viuzze del centro storico, per la collezione Giorgio Morandi, per il Polittico di Giotto, per le Sette Chiese e piazza Santo Stefano, per il Compianto di Niccolò dell’Arca?

Anche. Ma i turisti che sempre più numerosi affollano il centro storico, consacrando un boom di presenze senza precedenti per una città che viveva (una volta) di turismo solo fieristico e congressuale, sono attratti pure da una cucina che è bandiera del made in Italy nel mondo. Al centro di una regione che è un po’ la Food valley del Paese, con la maggior concentrazione europea di prodotti a marchio dop e igp, con campioni di export come parmigiano reggiano, grana padano, aceto balsamico, salumi, Bologna è crocevia di tradizioni gastronomiche che fanno sintesi fra le tradizioni emiliane del bollito, della pasta fresca, del tortellino, del burro, dei fritti e quelle romagnole della carne ovina, dei formaggi di pecora, dell’olio d’oliva, della piada, del pesce azzurro. Al traino della tavola trionfante del capoluogo emiliano si è disvelata anche una tradizione enologica che un pugno di appassionati vigneron insediati sui colli che circondano la città ha coltivato con caparbietà. Il giacimento enologico che piano piano è venuto alla luce si chiama Pignoletto, uva a bacca bianca (Grechetto gentile) di territorio che si è ormai definitivamente affrancata dal suo status di Cenerentola delle bollicine, con un successo crescente nella versione frizzante sugli scaffali dei supermercati di tutta Italia. La nouvelle vague delle bollicine ha lanciato il Pignoletto come alter ego in bianco del rosso Lambrusco ad alleggerire una cucina un po’ grassa e bisognosa di ’coadiuvante’ liquido. Negli ultimi anni il Pignoletto è al centro di un progetto-qualità che ha portato alla Docg – il marchio di eccellenza – per il prodotto fermo o frizzante coltivato e imbottigliato nel territorio dei Colli, governato dall’omonimo Consorzio, mentre sulla più vasta area del Pignoletto doc da Faenza a Modena, vigila il Consorzio Pignoletto Emilia Romagna. Una sinergia fra piccoli produttori artigianali dei Colli e le grandi cantine pedecollinari che sta facendo bene a entrambe le denominazioni. Non solo Bologna-city quindi al centro di una grande (ri)scoperta da parte di turisti e media: anche i Colli Bolognesi vivono una stagione decisamente florida, grazie al trend positivo del turismo slow sulle vie del trekking, alla scoperta di natura e paesaggio, ma anche in virtù della straordinaria offerta enologica e gastronomica nel segno della qualità e dell’accoglienza.

I Colli bolognesi si protendono sulla pianura tra Bologna e Modena come balconate naturali, punteggiate da pievi e abbazie, ma anche sorvegliate da solide, paciose case rurali. A tratti morbidi, ma anche aspri di calanchi, di inestricabili boschi. Qua e là spuntano tra gli alberi secolari anche ville e palazzi nobiliari. Qui la vigna è vecchia di secoli, quasi quanto il buen retiro collinare delle ricche famiglie bolognesi, dedite ai commerci o alle professioni liberali. Fin dal 1700 qui produrre vino è anche passione e necessità delle famiglie dei mezzadri e dei coltivatori dell’area, che ai proprietari ’di città’ - gli Albergati, i Marescalchi, i Ranuzzi, i Malaspina, i Cavazza Isolani - conferivano oltre che latte, burro, carne, polli e uova anche tante bottiglie di bianco e rosso per accompagnare i piatti della succulenta cucina petroniana. Luoghi di deliziose villeggiature ma anche di operosa vita in campagna, e di appassionate sperimentazioni vitivinicole.

Enoturisti e gastronauti qui troveranno vini di territorio e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo accanto a prodotti tipici come il tartufo bianco di Savigno, i salumi artigianali, il Parmigiano-reggiano, specialità come crescentine e tigelle. Le antiche ville sono diventate in molti casi agriturismi dove la vacanza è ’slow’ e si può gustare una cucina di territorio davvero ’a chilometri zero’.

Un consiglio: Fate un salto a Savigno da sempre considerata tra le capitali del tartufo bianco italiano