Cuneo
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L’essenziale è invisibile agli occhi. Ad esempio un cielo stellato. Abituati a pensare che non ci sia nulla di più accessibile e scontato, non ci rendiamo nemmeno conto che in realtà lo abbiamo spento. L’inquinamento luminoso ha cancellato il firmamento e gran parte del territorio italiano è talmente illuminato da nascondere lo spettacolo della Via Lattea alla quasi totalità degli italiani. Al tema si è appassionata Irene Borgna, guida ambientale e scrittrice che con il compagno Emanuele e il cane Kira ha disegnato un lungo itinerario dal Piemonte, dove vive, al mare del Nord, alla ricerca dei cieli più incontaminati del vecchio continente. Un viaggio al termine della notte in cui ha usato come bussola la mappa dell’inquinamento luminoso, puntando il camper verso i siti meno toccati dall’illuminazione artificiale, gli ultimi buchi neri in cui la presenza umana è assente o rarefatta e la notte più brillante. Lo racconta nel suo libro ‘Cieli neri – Come l’inquinamento luminoso ci sta rubando la notte’ (Ponte delle Grazie in collaborazione con il Cai), un diario di bordo e un saggio in forma di romanzo che affronta con leggerezza una questione terribilmente seria.
Come le è venuto in mente di mettersi in viaggio per andare a cercare il buio?
“Io e il mio compagno Emanuele quando facciamo le vacanze tendiamo ad andare inesorabilmente in montagna. Per una volta abbiamo deciso di renderci un po’ meno selvatici, cercando quindi di fare un viaggio in Europa, ma allo stesso tempo trovando un escamotage per sfuggire comunque alla folla. Così, abbiamo pensato che dove c’era meno luce avremmo trovato anche meno persone”.
Con tutta questa luce, cosa ci stiamo perdendo?
“Soprattutto chi abita nelle grandi città si perde il cielo stellato, un cielo non banale, dove ci siano almeno un migliaio di stelle, e ci perdiamo un sacco di cose interessanti, al di là dell’effetto ‘wow’. Ma troppa luce significa anche che il nostro organismo vive immerso in un bagliore perpetuo che altera il nostro ritmo circadiano, con importanti ricadute sulla salute, e che togliamo in realtà a tutte le altre specie l’altra metà del giorno, quella in cui loro compiono attività essenziali come cercare un compagno o procurarsi da mangiare, attività che per loro richiedono il buio. E poi, al di là di tanti argomenti ragionevoli, essere esposti a un vero cielo stellato tridimensionale restituisce la sensazione immediata di essere parte di qualcosa, riporta al contatto con il mondo naturale. E chi si perde questo si perde qualcosa di grosso”.
Restando in Italia, per vedere un cielo decente dove dovremmo andare?
“Il territorio meno colpito dall’inquinamento luminoso è quello dell’isola di Montecristo, seguito poi da quello della Sardegna orientale, intorno al golfo di Orosei, e da alcune zone dell’Alto Adige vicine al confine con l’Austria, come la Valle Aurina e la Val Senales. Cieli abbastanza bui anche sulla Maremma e ad ovest della provincia di Cuneo, dove abito io. Si salvano ancora alcune zone dell’Appennino tosco-emiliano, nel quadrilatero tra Parma, Piacenza, Genova e La Spezia”.
La ricerca di cieli non inquinati può diventare davvero una scelta di viaggio comune?
“Certo. Mi sento di consigliare a tutti l’idea di cercare posti dove c’è meno inquinamento luminoso, noi siamo stati in giro tre settimane in camper e non è né costoso né difficile. Noi rischiamo di essere le ultime generazioni che possono vedere un cielo stellato senza doversi pagare un biglietto aereo per volare all’altro capo del mondo. Soprattutto, mi sento di consigliare questo viaggio in particolare a chi ha dei ragazzini: un bambino senza stelle sarà un adulto che non sogna”.