Mercoledì 24 Luglio 2024
Filippo Boni
Esteri

La macabra fine di Shani Louk: dal rave alla prigionia. Prima gli sputi in faccia poi la decapitazione

Trovato un osso del cranio della 22enne tedesco-israeliana rapita dai miliziani La madre aveva sperato di ritrovarla. L’oltraggio sul corpo delle donne

Shani Louk aveva 22 anni e doppio passaporto, tedesco e israeliano: lavorava come tatuatrice

Shani Louk aveva 22 anni e doppio passaporto, tedesco e israeliano: lavorava come tatuatrice

Roma, 31 ottobre 2023 – Una nuvola rossa nel deserto aveva inghiottito in un attimo l’apparente libertà. Shani Louk ballava vicino al fidanzato messicano. La cassa di uno stereo a palla appoggiata sulla sabbia che sparava musica in una manciata di secondi si era trasformata nel cassone di un pick-up che sobbalzava e gli unici a sparare da quel momento in poi sarebbero stati i miliziani di Hamas. Erano comparsi all’improvviso, "locuste che non hanno re, eppure marciano tutte insieme schierate", come recita il libro dei Proverbi della Bibbia cristiana, ma anche ebraica. Avevano portato la morte come un flagello.

31 ottobre, guerra Israele-Hamas, la diretta. Scontri a nord e a sud di Gaza

Shani Louk aveva 22 anni e doppio passaporto, tedesco e israeliano: lavorava come tatuatrice
Shani Louk aveva 22 anni e doppio passaporto, tedesco e israeliano: lavorava come tatuatrice

L’avevano rapita al Super Nova Festival vicino al kibbutz Rèim, nel deserto del Negev, il sette ottobre scorso, Shani, ventiduenne con madre tedesca che da tempo viveva a Tel Aviv, in Israele, dove lavorava come tatuatrice. L’avevano rapita il giorno dell’apocalisse, quando solo a quel rave erano stati massacrati 260 giovani, e da quel momento, lungo una strada insanguinata, mentre il suo profilo seminudo riconosciuto dalla mamma proprio dai tatuaggi, spariva nella polvere sollevata dal pick-up in fuga, nessuno aveva più avuto sue notizie. Dalle immagini diffuse fin da subito da Hamas l’impressione era stata quella di una donna inerme e gravemente ferita. Un taglio alla testa, sangue, una gamba piegata in modo innaturale. Un miliziano che le sputava in faccia tra le urla di ’Hallahu Akbar!’.

Poi, il buio e l’abisso della guerra di questi giorni nella quale, da una parte e dall’altra, sono sempre stati e sono ancora i civili ad avere la peggio tra esecuzioni sommarie e bombardamenti: ormai sono migliaia i bambini ed i giovani morti ammazzati. Tra loro, Shani. La madre Rebecca aveva fatto ripetuti appelli alle autorità, aveva ricevuto notizie che volevano la ragazza ancora viva, a Gaza: una famiglia palestinese lo scorso 10 ottobre aveva ipotizzato che la giovane fosse ferita e ricoverata in ospedale. La sua carta di credito era stata utilizzata proprio in quella zona in quei giorni. Poi, ieri, la doccia fredda. Un resto di cranio rinvenuto nel terreno le apparteneva. L’esame del Dna su quell’ossicino non ha lasciato dubbi: senza, secondo i medici, non avrebbe potuto sopravvivere. Shani quindi era stata brutalmente uccisa, decapitata, come spiegato dal presidente israeliano Isaac Herzog.

E così, le immagini di lei che balla spensierata su un palco diffuse in tutto il mondo, ora stridono con quel video di Hamas nel quale il suo corpo oltraggiato viene portato in giro per la strada come un trofeo. Già. I corpi delle donne che anche in questa guerra sono divenuti un simbolo, uno strumento su cui i maschi mettono in mostra la propria forza, il proprio stupido predominio.

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