Israele, Netanyahu sotto assedio. Fa sgomberare i familiari dei sequestrati. E i falchi minano la tregua

Tensioni a Tel Aviv, i parenti degli ostaggi bloccavano l’accesso al parlamento. Pressioni sul governo: l’ultradestra incalza per la ripresa dei raid su Gaza

Tel Aviv, 30 novembre 2023 – Mentre la guerra a Gaza va avanti da settimane, Benjamin Netanyahu è sui carboni ardenti. In questi giorni ha promesso agli israeliani due obiettivi prioritari: la demolizione di Hamas ed il recupero di tutti gli israeliani tenuti in ostaggio a Gaza. Con l’inizio della tregua mediata da Qatar, Usa ed Egitto ha messo la sordina all’esercito e ha tentato di placare le insistenze delle piazze che reclamavano a gran voce il ritorno dei prigionieri, civili e militari. Ma adesso il tempo del cessate il fuoco sta per scadere e dall’estrema destra (che puntella il suo governo) si reclama un ritorno energico delle operazioni militari terrestri a Gaza, con una possibile estensione delle attività nel settore sud della Striscia dove sono stipati quasi due milioni di palestinesi, per metà sfollati da Gaza City e dal nord. D’altra parte, continuano le proteste dei famigliari degli ostaggi nelle mani dei miliziani palestinesi, con la polizia di Tel Aviv che ieri mattina ha sgomberato quei parenti che dal 7 ottobre manifestavano davanti alla Knesset.

Benjamin Netanyahu tra i soldati (Ansa)
Benjamin Netanyahu tra i soldati (Ansa)

Netanyahu ha fama di essere capace di partecipare a più giochi al tempo stesso e anche in questa occasione non si è smentito. Negli interventi televisivi si presenta come un ‘Uomo di Stato’ assolutamente concentrato solo e soltanto nella più drammatica battaglia imposta ad Israele dalla sua fondazione. In Qatar ha inviato il capo del Mossad affinché continui a tastare il terreno per una estensione della tregua. E tuttavia un’occhiata ai suoi impegni rivela che nell’ultima settimana ha incontrato una decina di deputati marginali del Likud (dedicando a ciascuno di essi un’ora, secondo la Tv pubblica Kan) per sondare la solidità del consenso nel partito nei suoi confronti. Ci sono sondaggi secondo i quali la sua coalizione di governo, che a settembre godeva ancora del sostegno di 64 deputati sui 120 della Knesset, riceverebbe adesso solo 41 seggi. Da elezioni che fossero indette al termine dei combattimenti, il Likud uscirebbe meno che dimezzato, mentre prevarrebbe il leader del partito centrista Unione nazionale, Benny Gantz.

Dietro le quinte Netanyahu è intanto impegnato in un’altra guerra di attrito. Nella certezza che all’indomani della guerra l’elettorato lo trascinerebbe sul banco degli imputati rimproverandolo per aver consentito per quasi 14 anni che a Gaza Hamas si facesse i muscoli (nella presunzione che fosse comunque bloccato dal deterrente militare di Israele e che con la sua stessa presenza rendesse impraticabile la soluzione dei Due Stati) il premier prepara già munizioni di riserva. Nei siti della destra estrema viene raccolto materiale volto semmai ad accusare di insipienza i responsabili delle forze armate, dell’intelligence militare e dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno). Se Netanyahu ha fallito – questa la tesi che viene elaborata sistematicamente dietro le quinte, giorno per giorno – è perché i suoi consiglieri non sono stati all’altezza della situazione. In una rete televisiva di estrema destra si va anche oltre: si accusa il movimento popolare di protesta contro la riforma giudiziaria di Netanyahu – che per mesi si è mobilitato nelle piazze – di aver trescato per paralizzare l’esercito, prima dell’attacco di Hamas.

Ora che si avvicina il momento della decisione fra la ripresa della guerra ad oltranza contro Hamas o la accettazione di una tregua prolungata, Netanyahu sa molto bene che ogni decisione dovrà tenere conto del volere e delle necessità del presidente Usa, Joe Biden, che finora lo ha sostenuto a spada tratta. Ma Biden parla fra l’altro di un ‘Day After’ in cui il futuro di Gaza sarebbe gestito dall’Anp.