"Entrai nella Nunziatura apostolica all’Avana, con un mazzo di fiori da portare al ritratto della Madonna. Sul divano c’erano alcune persone. Riconobbi quell’uomo in uniforme, seduto con aria annoiata: era Fidel Castro. Lui mi vide, scattò in piedi, si avvicinò e disse: sei la Primavera del Botticelli". Confessa che ha vissuto. Anna Maria Traglia, 72 anni oggi, famiglia romana di alto lignaggio e severi principi morali, rompe il muro del silenzio durato fin troppo. E racconta la sua storia d’amore clandestina con uno degli uomini che hanno segnato il Novecento. Signora Traglia, come andò quel primo incontro? "Era il 20 maggio 1975. Io avevo 27 anni, ero sposata, due figli. Avevo accompagnato sull’isola la mia amica Margherita Alcalde, primo segretario dell’ambasciata cubana a Roma e zia di Fidel". Che cosa sapeva di Castro? "Mio zio era sua eccellenza Luigi Aloysius Traglia, vicario di Roma e potentissimo decano del collegio cardinalizio. Mio padre Antonio era un famoso latinista e cattedratico alla Sapienza. Tutti e due nemici acerrimi del comunismo. Anch’io consideravo Fidel un piccolo Stalin". Invece fra voi scoccò la scintilla? "Mi colpì subito. Fu galante e immediato. Volle togliermi dalle mani il mazzo di rose, le spine punsero entrambi. Mesi dopo mi disse: per noi quel giorno furono bodas de sangre, nozze...

"Entrai nella Nunziatura apostolica all’Avana, con un mazzo di fiori da portare al ritratto della Madonna. Sul divano c’erano alcune persone. Riconobbi quell’uomo in uniforme, seduto con aria annoiata: era Fidel Castro. Lui mi vide, scattò in piedi, si avvicinò e disse: sei la Primavera del Botticelli".

Confessa che ha vissuto. Anna Maria Traglia, 72 anni oggi, famiglia romana di alto lignaggio e severi principi morali, rompe il muro del silenzio durato fin troppo. E racconta la sua storia d’amore clandestina con uno degli uomini che hanno segnato il Novecento.

Signora Traglia, come andò quel primo incontro?

"Era il 20 maggio 1975. Io avevo 27 anni, ero sposata, due figli. Avevo accompagnato sull’isola la mia amica Margherita Alcalde, primo segretario dell’ambasciata cubana a Roma e zia di Fidel".

Che cosa sapeva di Castro?

"Mio zio era sua eccellenza Luigi Aloysius Traglia, vicario di Roma e potentissimo decano del collegio cardinalizio. Mio padre Antonio era un famoso latinista e cattedratico alla Sapienza. Tutti e due nemici acerrimi del comunismo. Anch’io consideravo Fidel un piccolo Stalin".

Invece fra voi scoccò la scintilla?

"Mi colpì subito. Fu galante e immediato. Volle togliermi dalle mani il mazzo di rose, le spine punsero entrambi. Mesi dopo mi disse: per noi quel giorno furono bodas de sangre, nozze di sangue".

Fra voi c’era una differenza di età importante?

"Più o meno vent’anni. Non pensavo che l’avrei rivisto, dopo l’incontro alla Nunziatura".

Non fu così.

"Ci fu una cena a casa dell’ambasciatore. Io e mio marito siamo stati invitati: lui era Giuliano Crescimbeni, quotato ingegnere nel campo delle costruzioni. In ballo aveva un contratto con il governo cubano per la realizzazione dell’autostrada Ocho Vias".

Che cosa accadde? Fu il primo atto del vostro legame?

"In qualche modo sì. Non avrei mai immaginato che sarebbe durato più di quarant’anni".

Ma lei era sposata, due bambini, studi al Sacro cuore, fervente cattolica, appartenente a una famiglia rigorosissima. Perché buttò tutto all’aria?

"Ero stata una sempre una temeraria. E per la prima volta avevo conosciuto l’amore".

Temeraria?

"I miei imponevano regole molto rigide: questo mi ha reso una ribelle. Facevo cose matte, le compagne di liceo mi consideravano un mito. A 19 anni presi il treno che doveva portarmi a Oxford per una borsa di studio, invece scesi alla prima fermata e raggiunsi con l’autostop un fidanzato in Spagna. Non diedi notizie a casa per un mese, senza una lira in tasca. Quando mi ripresentai, avevo al collo un cartello con il loro messaggio: papà e mamma perdonano, ritorna. Mi perdonarono. Ma io sono restata una trasgressiva. Perfino Castro ripeteva: sei la mia ciclonita".

Il ciclone arrivò fino in Vaticano...

"La storia si seppe, anche se non arrivò alla stampa. Mio zio, il cardinale, taceva furioso: era in grande difficoltà. Voleva dimettersi. Altrettanto mio padre all’università".

E intanto lei a Cuba?

"All’inizio ero solo lusingata, ma Il fuoco tra me e Fidel è divampato".

Vuole raccontare?

"Mi fece un corteggiamento spietato. All’Avana vivevo in un luogo magnifico: la Casa dei fiori. Castro veniva a trovarmi ogni sera verso le 11 e parlavamo per ore, le mie mani nelle sue. Un uomo tenero, dolce, coltissimo. Amava la musica e scriveva poesie d’amore: era lontano dal dittatore descritto dai detrattori. Avevamo lo stesso modo di pensare, anche se su sponde diverse: lui rivoluzionario, io volontaria per Amnesty International".

La prima notte insieme?

"Lo feci aspettare tre mesi. Una sera non venne a trovarmi, io ero già a letto. Bussò, gli intimai di andarsene, sfondò la porta. Mi prese fra le braccia baciandomi ardentemente. Gridai: fermati, questa è una violenza".

E Castro?

"Scoppiò a ridere. Poi disse: domattina mi denuncerai e sarò fucilato".

Lo denunciò?

"Fu una notte di battaglia. Era appassionato, impetuoso, romantico. I suoi occhi erano diamanti neri splendenti".

Il biografo Robert Quirk scrive: Castro era incapace di relazioni stabili. E’ vero?

"Ha avuto ogni donna che voleva: avventure di una notte e non solo. Ma io sono stata l’eccezione, non un’amante. Molte cose ci univano oltre alla tensione erotica. Garcia Marquez mi confidò alla Floridita davanti a un daiquiri: Fidel te quiere mucho. Non è abituato ai rifiuti e tu gli hai detto no a lungo".

Come reagì suo marito?

"Era a Roma, io che conoscevo lo spagnolo restai all’Avana: ero il tramite per l’affare dell’autostrada. Castro fu molto generoso nel contratto".

Finché scoppiò il putiferio...

"Facevo su e giù da Cuba. Giuliano aveva dei sospetti su quella amicizia particolare. Una sera a Roma impazzì di gelosia. Buttò all’aria il mio cassetto e strappò tutte le foto di me e Castro insieme scattate da Alexander Korda, un maestro dell’obiettivo. Mi chiusi a chiave in camera, la mattina dopo scappai all’Avana".

Lasciò i suoi figli?

"In un certo modo sì. Volevo che vivessero lì con me e Fidel, lui li aveva conquistati: il suo carisma funzionava anche con i bambini. Abbiamo passato tutti insieme l’estate del ‘76 a Cuba, non volevano andar più via. Poi è successo qualcosa".

Cioè?

"La mia famiglia, la scuola religiosa: hanno subito un lavaggio del cervello. Da grandi però hanno capito. Fiammetta mi ha detto: beata te che hai provato una passione così forte. E Daniele abbracciandomi: mamma, hai fatto bene".

Daniele ha avuto un tumore da ragazzo?

"Lo operarono d’urgenza nel ‘79. Feci un voto: se guarisce non vedrò più Fidel".

Guarì?

"Era un cancro benigno. Ho resistito tre anni, Castro mi faceva telefonate struggenti. Decisi: andrò all’inferno ma torno da lui".

Fu un amore ad alto rischio anche per motivi politici? Il Vaticano ammorbidì la posizione verso di lei?

"Ero preziosa. Padre Arrupe, il generale dei gesuiti che conosceva bene Castro, mi raccomandò: insisti, lo convertirai. E il cardinale Villon mi sussurrò: i viottoli possono portare alla meta più che una strada ufficiale".

Dove portò il suo viottolo?

"Ad aprire una chiesa all’Avana su mia preghiera. E forse al viaggio di tre papi sull’isola".

Quando vide Castro per l’ultima volta?

"Un anno e mezzo prima della morte, in ospedale. Stava già male. L’ultima telefonata il 20 maggio 2016, a 41 anni dal nostro primo incontro. E’ morto a novembre con il conforto dei sacramenti".

Si è convertito?

"Due padri gesuiti erano al capezzale, mi hanno raccontato che gli è stata impartita l’estrema unzione. Ci credo. Una volta mi disse: eppure dev’esserci qualcosa dopo, ci ritroveremo sulla stessa riva e ti darò ragione".

Conosce le sue ultime parole?

"Ha mormorato due volte Ave Maria. Spesso, giocando, mi chiamava così anziché Anna Maria. Voglio illudermi che quel pensiero finale fosse per me".