Lunedì 22 Luglio 2024
ANTONIO DEL PRETE
Esteri

Terremoto in Turchia, il soccorritore: "Case demolite con la gente sotto"

Un pompiere della spagnola Acción Norte ha contestato la fretta con cui vengono eseguiti gli abbattimenti. Il presidente della sua Ong: "Ufficialmente ci hanno fatti uscire dal Paese per ragioni di sicurezza"

"Abbiamo visto demolire interi edifici in cui potevano esserci ancora centinaia di persone. In uno di essi, in particolare, su 180 residenti solo 10 erano stati salvati". È il racconto agghiacciante rilasciato martedì scorso all’agenzia Efe da Julio, uno dei vigili del fuoco spagnoli partiti per la Turchia all’indomani del terremoto con la Ong Acción Norte. Pochi giorni fa l’organizzazione è stata rispedita a casa dalle autorità turche. "Hanno parlato di ragioni di sicurezza", dice il presidente della Ong, Javier Bodego.

I soccorritori sui luoghi del terremoto in Turchia
I soccorritori sui luoghi del terremoto in Turchia

Bodego, pensa che le dichiarazioni del vostro pompiere siano la causa di questo provvedimento?

"Non credo, sia noi soccorritori sia il governo siamo consapevoli che i mezzi pesanti devono lavorare velocemente. Non sappiamo quale sia stato il motivo del nostro allontanamento e non lo sapremo mai. Di certo nelle altre città le squadre spagnole sono rimaste. E ad Adiyaman, una delle località più colpite dal sisma con il 70 per cento degli edifici danneggiati, le operazioni erano tutt’altro che concluse".

È terribile pensare che i palazzi vengano demoliti con le persone sotto le macerie, vive o morte che siano.

"Non è l’ideale, bisognerebbe andare per gradi: inserire prima i cani, i geofoni o le termocamere, e, solo una volta appurata l’assenza di segni di vita, procedere con le macchine".

Qualcuno ha tentato di fermare le ruspe?

"Quando noi soccorritori intervenivamo con i cani, i geofoni e le termocamere, riuscivamo a fermare le macchine".

Cosa si prova di fronte a operazioni di questo tipo?

"Stress: bisogna essere veloci per sperare di trovare dei sopravvissuti sotto le macerie e avere la consapevolezza di quanto queste operazioni siano rischiose. E frustrazione. Ci si sente impotenti vedendo i giorni passare e gli edifici crollare senza riuscire a salvare vite".

Com’è la situazione adesso?

"I gruppi di soccorso continuano a lavorare al massimo per cercare di trovare gli ultimi superstiti, anche se le possibilità sono già molto basse. Inoltre, bisogna rimuovere detriti e cadaveri per evitare epidemie".

I cittadini turchi si lamentano per la lentezza dei soccorsi. Quali sono i problemi maggiori?

"Il problema principale è dovuto alla vastità dell’area colpita dalle scosse: 11 città, circa 15 milioni di persone. Ci sono località in cui non è stata impiegata nessuna squadra di soccorso straniera; anche per questo non riusciamo a capire la fretta con cui il governo turno ci ha fatto lasciare il Paese. Al di là di questo, è difficoltoso spostarsi nelle zone colpite perché molte strade sono bloccate dalle frane".

Vi capita di entrare in contatto con i parenti delle vittime. Come si affrontano momenti del genere?

"Sono situazioni difficili e molto tristi. Mentre noi lavoriamo i familiari attendono in strada il recupero dei loro morti".

Siete stati impegnati in tutti i Paesi del mondo colpiti da catastrofi ed emergenze, dal Saharawi all’Ucraina. In Turchia avete vissuto l’esperienza più difficile?

"Sì, senza dubbio in Turchia ho visto il disastro peggiore della mia vita".