Inuit
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Roma, 10 dicembre 2020 - "Jeg Undskylder". Il suono in danese di "Io chiedo scusa" è duro e incomprensibile per noi come lo era, settant’anni fa, per gli eschimesi della Groenlandia che parlavano solo ed esclusivamente il kalaallisut. Oggi il primo ministro danese, Mette Frederiksen, ha abiurato la deportazione nel 1951 di 22 bambini inuit: avevano fra i sei e i dieci anni ed erano stati portati via dalle famiglie perché potessero europeizzarsi e, tornati sulla grande isola ghiacciata, contribuire alla sua modernizzazione. Le famiglie furono costrette a lasciarli partire per la madre patria,...

Roma, 10 dicembre 2020 - "Jeg Undskylder". Il suono in danese di "Io chiedo scusa" è duro e incomprensibile per noi come lo era, settant’anni fa, per gli eschimesi della Groenlandia che parlavano solo ed esclusivamente il kalaallisut. Oggi il primo ministro danese, Mette Frederiksen, ha abiurato la deportazione nel 1951 di 22 bambini inuit: avevano fra i sei e i dieci anni ed erano stati portati via dalle famiglie perché potessero europeizzarsi e, tornati sulla grande isola ghiacciata, contribuire alla sua modernizzazione. Le famiglie furono costrette a lasciarli partire per la madre patria, di cui la Groenlandia era una colonia. Un esperimento fallito: un anno dopo 16 di quei bambini tornarono con la loro nuova "cultura" e furono ghettizzati in un orfanotrofio perché continuassero a parlare fra loro danese e, una volta adulti, potessero trasmetterlo alle loro famiglie. Ma nessuno di loro le proprie famiglie le ha più riviste e la loro vita è rimasta marchiata a fuoco da quella esperienza; la maggior parte di quei ragazzi è finita male: alcolizzati e suicidi, segno che quel melting-pot che Copenhagen auspicava era ben lungi da potersi realizzare. Sei di questi figli di inuit rimasero invece in Danimarca, adottati dalle famiglie presso le quali, sparsi in tutto il Paese, avevano vissuto l’anno di un "esilio sperimentale" e, vista l’età, poco compreso. Si sono integrati, questo sì, e alla fine hanno creato famiglie danesi, dimenticando la loro origine.

A distanza di quasi settant’anni il governo danese ha chiesto scusa. "Non possiamo cambiare quello che è successo – ha detto Frederiksen -, ma possiamo assumerci la responsabilità e chiedere scusa a coloro di cui avremmo dovuto prenderci cura. Sono ancora profondamente toccato dalle tragedie umane che ha comportato". Il primo ministro ha inviato una lettera a ciascuno dei sei groenlandesi trasferiti in Danimarca e che sono ancora in vita. Sulla nave che salpò da Nuuk per giungere a Copenhagen c’era una bambina di 7 anni, Helene Thiesen, che ha rilasciato la sua dichiarazione a un’agenzia di stampa: "Sono sollevata che le scuse siano finalmente arrivate. E’ davvero molto importante. Significa tutto per me. Combatto per questo dal 1998".

Tornata in Groenlandia un anno dopo, Helene non riuscì più a ricostruire il rapporto con la madre e a comunicare con essa: entrambe si sentivano distanti e la piccola di casa non riusciva più a parlare la lingua del resto della famiglia. Solo nel 1996 scoprì dell’esperimento sociale di cui era stata protagonista e vittima. Tornò in Danimarca, dove ha messo su una sua famiglia. "Non pensavo che avrei mai sposato un danese – ha detto –, ma è accaduto, per me Nuuk era ormai troppo lontana". Il governo danese fu aiutato da Save the Children e Croce Rossa che hanno chiesto scusa rispettivamente nel 2009 e nel 1998. Helene ora si sente rinfrancata, ma non può dimenticare che mentre era in Danimarca non ha potuto salutare per l’ultima volta il padre, morto per tubercolosi durante il suo esilio.