Lunedì 15 Luglio 2024
RAFFAELE MARMO
Elezioni

Conte dà battaglia: "La destra al governo? Si chiama democrazia. Non rimpiango i tecnici"

Il leader dei Cinquestelle promette "un’opposizione intransigente" e difende le riforme grilline approvate nella scorsa legislatura. Sulle alleanze: "Spero che il Pd si rinnovi, presto per parlare di accordi"

Giuseppe Conte (Ansa)

Giuseppe Conte (Ansa)

Roma, 2 ottobre 2022 - Meglio un governo «politico» uscito dalle urne con Giorgia Meloni premier che un governo di emergenza nazionale a guida Draghi?

"Si chiama democrazia e funziona così – esordisce netto Giuseppe Conte, leader vincente dei 5 Stelle tornanti a nuova vita - Le ricette del centrodestra a guida Meloni sono inadeguate e sbagliate, ma la maggioranza degli elettori ha accordato loro fiducia e ora sono chiamati a governare. Ho un’idea del nostro sistema politico evidentemente differente da quei leader di partito che ci propongono Draghi o altri supertecnici a oltranza, indipendentemente dal voto dei cittadini. Anche il M5S ha avuto un’importante investitura popolare, che ci chiama come forza di opposizione a difendere i diritti dei cittadini e a portare avanti le misure a favore di famiglie e imprese su cui ci siamo impegnati con gli elettori".

Che opposizione farete?

"Dura e intransigente. Con questa legge elettorale il centrodestra è maggioranza in Parlamento ma non nel Paese. Non permetteremo loro di portare le lancette dell’orologio indietro di 5 anni cancellando le misure a favore dell’ambiente e quelle contro le disuguaglianze, la corruzione e i privilegi di pochi, varate durante i miei governi".

Se verrà ridimensionato o cancellato il reddito di cittadinanza come reagirete?

"Su questo daremo battaglia in Parlamento. Non è pensabile cancellare uno strumento di sostegno alle famiglie che non ce la fanno più mentre aumentano le bollette del 60%".

Non crede, però, che un tagliando al reddito sia utile?

"Bisogna velocizzare il potenziamento dei centri per l’impiego, per arrivare il più rapidamente possibile a un sistema di politiche attive efficiente per far reinserire nel mondo nel lavoro chi ne è uscito. Faccio notare però che le Regioni hanno assunto solo il 30% degli addetti nei centri per l’impiego che avrebbero potuto assumere con i fondi stanziati dal mio governo".

Come fronteggiare l’emergenza gas?

"In Germania si mettono sul piatto 200 miliardi per famiglie e imprese. Il nuovo governo deve lavorare su quello che Draghi non è riuscito a fare: ottenere un Recovery plan europeo sull’energia sul modello di quello ottenuto dal mio governo in pandemia. Peraltro tutti sono concentrati a parlare esclusivamente di price cap, ma la soluzione più efficace, come diciamo da mesi, è approvare un piano di acquisto comune del gas, che attribuirebbe grande forza contrattuale alla Ue come unica acquirente".

Sul fronte interno, per finanziare nuovi interventi anti-rincari, Giorgia Meloni non vuole nuovo deficit. E lei?

"Nelle dichiarazioni della Meloni non vedo una discontinuità con le scelte poco coraggiose di Draghi. La decisione di non intervenire per tempo con risorse economiche importanti rischia di mettere in ginocchio il nostro tessuto produttivo, ma domani per rimetterlo in piedi ci vorranno ancor più risorse. Di fronte a una crisi del genere ci vuole il coraggio della politica: in pandemia il mio governo ha messo in campo 5 scostamenti di bilancio per un totale di 130 miliardi e abbiamo salvato lavoratori, famiglie e imprese e la crescita prodotta da quelle misure ha ridotto di 5 punti il rapporto debito/Pil".

Il conflitto russo-ucraino ha toccato il suo momento di crisi più alto in queste ultime 48 ore. Vede il rischio di un allargamento della guerra?

"Credo non basti più dirsi preoccupati: la strategia che stiamo seguendo ci sta portando a una escalation militare, con il rischio di un ricorso alle armi atomiche e una nostra diretta co-belligeranza che segnerebbe il punto di non ritorno del conflitto e comprometterebbe in maniera insanabile le relazioni dell’Occidente con altri attori internazionali. E’ inaccettabile che la parola pace sia espunta da ogni discorso ormai. L’Ue deve farsi promotrice di una urgente Conferenza internazionale di Pace sotto l’egida delle Nazioni Unite e il pieno coinvolgimento del Vaticano".

Quale evoluzione vede per il suo partito?

"Il Movimento è una forza nata dalla spinta riformatrice dei cittadini. Abbiamo una vocazione progressista, parliamo di giustizia sociale e sostenibilità ambientale, in linea con le sfide che i tempi impongono. Dobbiamo continuare a radicarci in ogni territorio, continuare a stare tra la gente ed esserne cassa di risonanza. Fino a quando assolveremo questa funzione e fino a quando per questo saremo additati come ‘scomodi’, vorrà dire che staremo lavorando nell’interesse del Paese".

Il Pd si avvia al congresso tra candidature e rottamatori.

"Non è mio costume intromettermi nella vita di altre forze politiche. Il Pd stabilirà tempi e modi di una fase congressuale che spero nel loro interesse sia davvero rifondativa e rigenerativa, nel senso che gli permetta di interrogarsi a fondo, come abbiamo fatto noi per un anno intero, sul profilo identitario e programmatico".

Ritiene che sia possibile (e a quali condizioni) un dialogo con chi verrà dopo Letta?

"Quel che è successo non deve essere degradato a mero errore di calcolo politico compiuto nella fase elettorale. Se il Pd ha scelto la strada di tentare un accordo con tutte le altre forze politiche disponibili, ad eccezione della nostra, vuol dire che la tensione verso la difesa degli interessi già consolidati dei ceti privilegiati ha avuto la meglio rispetto al nostro programma radicalmente teso a trasformare la società e a ridurre le diseguaglianze territoriali, di genere, generazionali. Sarebbe del tutto inappropriato in questo momento parlare di accordi, come pure ipotizzare una futura collaborazione alla luce dei nomi che scrivono i giornali".