In provincia di Brescia un vigile urbano di 44 anni si è ucciso dopo che per alcuni giorni era finito nel mirino del “popolo dei social” per aver parcheggiato nel posto dei disabili. Un errore di cui si era scusato. Si era pure auto-multato. Ma non è bastato. È possibile che all’origine del suo gesto ci siano anche altri motivi, più profondi e più antichi. La coincidenza temporale fra la gogna e il suicidio è però impressionante. 

Ed è in ogni caso una bruttissima storia che ne ricorda tante altre. E tante altre vittime di derisione, bullismo, diffamazione. Sono meschinità e bassezze antiche che il nostro mondo dei social purtroppo amplifica, moltiplica, fa esplodere.  Perché mettere su Facebook la foto della macchina del vigile parcheggiata al posto dei disabili? Non bastava consegnarla al comando della polizia locale e chiedere una sanzione? E perché tanti improvvisati e spietati giudici lì pronti a battere sulla tastiera dei social? Non è venuto in mente a nessuno che distruggere una reputazione è più grave che parcheggiare nel posto dei disabili?

È un termine passato di moda, la reputazione. Nessuno la nomina più. Ma indica qualcosa che – pur invisibile e intangibile – ci costituisce. Sapere di essere considerati bene o male, godere o non godere della stima altrui, cambia non solo il nostro modo di sentirci ma pure il nostro modo di essere. Ricordo i primi suicidi della stagione di Mani Pulite: alcune persone passarono, in poco tempo, dall’essere riverite apprezzate e magari pure temute all’essere indicate al pubblico disprezzo, all’essere sommariamente condannate. Non era tanto il finire in galera (si usciva quasi subito, se si parlava) e non era neppure l’aver perso agi, privilegi e potere. Era l’aver perduto, appunto, quella cosa lì: la reputazione. Il giudizio degli altri ci costituisce perché noi ci sentiamo, anzi noi siamo, noi alla fine diventiamo quello che gli altri vedono in noi. Vale per l’immagine pubblica e per quella privatissima. Se proprio vogliamo fare una grossolana distinzione, magari sul lavoro abbiamo bisogno di sentirci stimati mentre nei rapporti familiari o comunque sentimentali abbiamo bisogno di sentirci amati. Ma tutto si mescola.

Ecco perché quando crolla una reputazione, o quando si scopre di non essere amati, materialmente (quindi apparentemente) non perdiamo nulla, ma in realtà perdiamo tutto. Noi ci vediamo con gli occhi del nostro prossimo: e quando questi occhi ci giudicano senza misericordia, anche noi non riusciamo più a perdonarci.