Ci eravamo rallegrati, ieri, per una buona notizia: la Francia aveva finalmente arrestato sette italiani (altri due si sono costituiti poi) condannati per fatti di terrorismo, e rifugiatisi oltralpe da qualche decennio, protetti dalla cosiddetta “dottrina Mitterrand“ e ancor più dalla benevolenza della gauche caviar. 
È durata poco. Gli arrestati sono già stati tutti rimessi in libertà (e questo va benissimo, perché nessuno vuol vedere in galera persone anziane e in alcuni casi malate); ma, soprattutto, si è saputo che ci vorranno almeno due anni prima che costoro possano essere estradati in Italia. Il che vuol dire che c’è tutto il tempo per far passare la faccenda in cavalleria.

Infatti, qual era la speranza? Non certo, ripeto, quella di chiudere in cella questi signori, che pure l’hanno fatta franca tutta la vita. No, nessuno li voleva vedere in galera, nessuno aveva quell’intento vendicativo di cui ha parlato ieri qualche reduce e qualche “intellettuale“ con messaggi a metà tra la rivendicazione ideologica e l’avvertimento mafioso.

La speranza era un’altra. La speranza era che questi arresti potessero finalmente indurre a parlare chi finora non ha ancora parlato, almeno in pubblico. Insomma la speranza era che qualcuno - una volta in Italia, una volta trovatosi a fare i conti con il Paese che l’ha condannato - avrebbe trovato il coraggio di dire la verità sui propri delitti, di dire anche al Paese quello che magari potrebbe aver già detto ai familiari delle vittime.

Perché vedete, non sono solo i figli o le vedove o i nipoti ad avere diritto a una verità. È l’Italia intera ad avere diritto a conoscere i lati più oscuri della propria storia recente (sì, recente: finché siamo vivi noi, sono ancora anni recenti); è l’Italia intera ad avere diritto a non dividersi più fra innocentisti e colpevolisti quando si parla di processi legati agli anni di piombo.

E guardate, lo dico a chiarissime lettere per non essere frainteso né accusato di partigianeria: quando parlo di fatti rimasti oscuri, quando parlò di omertà su certi fatti di sangue, intendo - eccome - non solo i delitti come quello del commissario Calabresi, ma tutti i fatti di sangue di quegli anni, tutti i delitti rossi e neri, tutte le stragi, a partire da quella di piazza Fontana, la madre di tutti gli inquinamenti di Stato.

Ma su troppi di quei fatti c’è un patto di sangue tra i colpevoli e i loro amici e sodali. Un patto di sangue che vincola all’omertà non solo chi ha sparato o messo bombe, ma anche chi sa, copre i colpevoli e protegge carriere. Un patto di sangue che si vuol giustificare, moralmente, con la comune militanza politica della giovinezza e con l’amicizia. Ma non sono, questi, valori più forti della verità e della vita.