Le Olimpiadi hanno portato alla ribalta il mental coach. Se n’è parlato per il nostro Marcell Jacobs, l’uomo che ha fatto vincere all’Italia, per la prima volta, la medaglia d’oro sui cento metri. Ma ormai non c’è quasi più nessun atleta che non faccia ricorso a un mental coach. Il primo a introdurre questa figura nel mondo dello sport italiano, che io ricordi, fu il simpatico Pippo Marchioro, che allenò il Milan negli anni Settanta. Era un rivoluzionario, una specie di Arrigo Sacchi ante litteram e cercò di convincere Rivera e compagni a passare al gioco a zona. Ma ricordo un formidabile titolo sul Giorno: "Di zona in zona, il Milan è finito in zona retrocessione".

Diciamo che Marchioro era troppo avanti. Ma il tempo gli ha dato ragione. Oggi il mental coach è utilizzato anche nelle aziende, per motivare i dipendenti: a pagina 7 ne intervistiamo uno, spiega che il suo è un mestiere diverso da quello dello psicologo, perché non si lavora sul passato ma sul presente e sul futuro. Tuttavia non si può generalizzare: la mental coach di Jacobs, ad esempio, ha detto che "Marcell aveva un nodo dentro", che era poi l’irrisolto rapporto con il padre, il quale se ne andò poco dopo la nascita. Questa donna, la mental coach, ha aiutato Marcell a recuperare quel rapporto, o meglio a comprenderlo, e a tirar fuori il buono che c’era, a trasformare il tutto in energia.

La verità è che quando stiamo male, quando abbiamo un peso, abbiamo tutti bisogno di "buttare fuori" quello che abbiamo dentro e di ascoltare parole che ci servano a star meglio, a darci chiarezza. Una volta la gente andava dal prete: il confessionale non era solo il luogo in cui si raccontavano i peccati (chi non ne ha?) e si chiedeva perdono (chi non ha bisogno di perdono?) ma ci si sfogava anche delle proprie pene e si chiedeva conforto. Lucia, nei Promessi Sposi, quando deve lasciare il suo paese e saluta i monti, saluta anche la chiesa, "dove l’animo tornò tante volte sereno".

La psicanalisi è stata (anche) un potente sostituto del confessionale. Però, se posso dire, fondamentali sono gli amici: le persone che stanno ad ascoltarci non per professione, ma per cuore.

Ma non voglio banalizzare. Gli amici a volte non bastano, e ci vuole un professionista. Fino a qualche anno fa ci si vergognava a dire che si andava dallo psicologo, o peggio ancora dallo psichiatra che magari ci dà un farmaco: ci sono voluti i film di Woody Allen per sdoganare lo strizzacervelli. "Nessuno di noi in realtà sa come funziona la mente", ha detto la mental coach di Jacobs.

Però tutti noi sappiamo, avendolo sperimentato, che avremo sempre bisogno di un altro, perché nessuno si salva da solo.