Via della Seta addio. Irritazione cinese: "Progetto di successo", Meloni: “È stato un flop”

La premier torna sulla scelta di abolire l’accordo voluto da Conte nel 2019: "Non ha portato i risultati attesi". Si riparte dalla Ue. E von der Leyen vola a Pechino

Roma, 8 dicembre 2023 – Sembra una rottura, ma non lo è o lo è solo a metà. Pechino risponde irritata al ritiro dell’Italia dalla Belt and Road Initiative , ovvero la nuova Via della Seta: "La Cina si oppone alla diffamazione e all’indebolimento di un progetto di successo, la più grande piattaforma al mondo di cooperazione, così come al confronto tra blocchi", dichiara il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin. Che ricorda i 150 Paesi "inclusa l’Italia" che hanno partecipato al terzo Forum BRI di ottobre.

I punti principali dell'accordo
I punti principali dell'accordo

L’irritazione della Cina

A Roma qualcuno prova a negare che l’allusione sia al nostro Paese ma è un’impresa impossibile; la domanda vera è quanto l’irritazione della Cina sia reale quanto invece copione: in buona parte trattasi della seconda ipotesi. L’uscita di scena è stata preparata con cura per evitare ritorsioni di natura commerciale. I motivi del passo indietro sono noti: non si poteva dire "no" al presidente americano Joe Biden. La giustificazione, fondata o meno che sia, la ricapitola Giorgia Meloni: "La Via della Seta non ha dato i risultati che erano attesi". Basti pensare, ricordano i suoi, che appena siglato il memorandum con l’Italia, il presidente cinese Xi Jinping andò a Parigi e firmò accordi per tre volte tanto.

Le conseguenze

Certo, è possibile che la Cina non abbia gradito una spiegazione che mette in cattiva luce l’intero impianto del progetto e che la risposta sia realmente piccata. Ma nel complesso non ci dovrebbero essere riflessi negativi sull’asse Roma-Pechino. I nostri gruppi industriali continueranno a investire in Cina anche perché Palazzo Chigi non pensa affatto a rompere i ponti con la Cina, tanto da rispolverare un altro strumento di collaborazione, il partenariato strategico che risale al 2004 e al governo Berlusconi. "Si devono mantenere e migliorare rapporti di cooperazione commerciale ed economica con la Cina", sottolinea la premier.

Ritorsioni dalla Cina?

Nel 2024, come presidente del G7, avrà modo di andare a Pechino. Al netto di un accordo messo a punto da tempo, eventuali improbabilissime ritorsioni (dazi sui beni di lusso?) finirebbero per riguardare l’intera Europa che della Cina è il principale partner commerciale. Proprio ieri, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio Charles Michel sono andati a Pechino per il primo vertice post-Covid. Di fronte a Xi Jinping e al premier Li Qiang hanno denunciato "l’insostenibile squilibrio commerciale" e le "condizioni sleali": hanno battuto i pugni sul tavolo, ma solo per riaprire il dialogo con il Dragone, sulla scia del disgelo avviato da Biden, cercando di ricalibrare le relazioni.

Scelta inevitabile?

L’intera maggioranza – Salvini incluso – concorda sulla scelta "inevitabile". Sul versante dell’opposizione gli unici a protestare sono M5s e Conte che, alla guida del governo gialloverde, aveva stretto l’accordo il 23 marzo 2019. "Ora ci dovrebbe spiegare perché siamo l’unica Nazione che ha aderito alla Via della Seta ma non quella che ha gli interscambi maggiori con la Cina neanche in Europa", lo sferza Meloni. Separazione sì, ma indolore. Non a caso, ieri sera all’ambasciata cinese a Roma c’è stata una grande cena cui hanno partecipato il segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, e la direttrice generale per l’Asia, Vincenza Lomonaco. Insomma, quasi amici come prima. Sempre che non se vadano dalla BRI altri partner strategici: uno smottamento, è il vero timore della Cina.

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