di Davide Gaeta

Il nuovo anno appena iniziato si rivela ancora più difficile del precedente per il sistema agroalimentare; la chiusura protratta della ristorazione, la perdita verticale del turismo internazionale e la riduzione significativa delle esportazioni rischiano di falcidiare le imprese italiane già molto fragili nella loro struttura del capitale. La stretta nelle disponibilità di liquidità è stata in parte compensata con gli interventi del sistema bancario, ma si è trattato di immissioni a debito per le aziende che hanno ulteriormente compromesso il delicato equilibrio tra capitale di terzi e capitale proprio. Il protrarsi delle chiusure e il blocco del turismo invernale acuiranno la crisi di liquidità e di incassi. Malgrado ciò abbiamo segnali positivi: il mondo della ricerca, lavorando compatto, è riuscito a produrre il vaccino anti Covid-19 in tempi rapidissimi. Altrettanto positiva la reazione rapida dell’Unione Europea nel concordare il Recovery Fund, un fondo di intervento per gli Stati membri, in parte a prestito in parte a contributo, che ha proporzioni importanti per l’Italia.

Nelle premesse il fondo dovrebbe agire nel ricupero delle imprese e dell’occupazione anche dell’agro-alimentare attraverso la misura definite rivoluzione verde e transizione ecologica. Ma occorre passare dall’elenco delle buone intenzioni ai fatti e questo preoccupa. Il rischio che il Piano proposto dal nostro Paese possa non venire finanziato dalla Commissione Europea. Occorre infatti che gli investimenti immaginati dalla bozza del Piano siano integrati da dati e analisi di impatto che giustifichino gli obiettivi e le entità economiche delle misure individuate e siano immediatamente applicabili con riforme e strumenti ad hoc. Questo è il metodo di lavoro che si aspetta Bruxelles.

davide.gaeta@univr.it