Davide Gaeta

Per lo più è noto solo agli addetti ai lavori, ma la politica agricola comunitaria (Pac appunto) si muove per cicli di programmazione temporali. Il periodo 2014-2020 terminerebbe quindi a fine anno. Si è deciso a Bruxelles, tuttavia, che il 2021 sarà un anno di transizione. Questa scelta è dovuta al fatto che la discussione sulla nuova politica agricola è rallentata sia dall’emergenza Coronavirus, ma ancor di più dalla cronica difficoltà al compromesso in sede di Commissione e Parlamento Europeo sul prossimo periodo di programmazione finanziario Nasce così la decisione di un regime transitorio, che sarà di due anni, a partire dal 1° gennaio 2021 per traghettare la Pac fino all’istituzione del nuovo sistema.

Restano in vigore le principali misure di contributi, senza tuttavia sperare in colpi d’ala né grandi novità. I pagamenti diretti, per esempio, rimangono in essere per le tradizionali categorie, previste quali il greening (misure legate all’ambiente), i giovani agricoltori, la piccola impresa. A titolo di esempio nel pagamento accoppiato del 2021 chi possiede un ettaro di frumento potrebbe ricevere 100 euro circa, 150 per il riso, 90 euro ettaro per l’olivo, 40 euro a capo per le bufale da latte, 60 euro per un capo bovino. L’elenco può apparire arido ma serve a dare la misura di quanto debba essere sfatata la leggenda che vede l’agricoltura un settore sostenuto dai contributi pubblici. Il mostro tentacolare creato dalla Pac è in realtà un rubinetto che piove gocce sull’impresa agribusiness e preleva molto più di quanto assegna. Non bastasse, genera alterazioni nella concorrenza perché in una regione vengono finanziati alcune misure che in quella vicina non sono previste. La politica europea e quella regionale amplificano tra loro le inefficienze delsistema.

Davide.gaeta@univr.it