Pensioni più basse per chi vive di più: lo studio Inps che fa discutere. Cosa dice e quanto è davvero fattibile

Un lavoro dell’era Tridico puntava a creare una griglia di condizioni diversificate per l’uscita dal lavoro. La posizione del Governo

Pensioni, la speranza di vita a 67 anni
Pensioni, la speranza di vita a 67 anni

Roma, 21 settemre 2023 – Legare i requisiti per la pensione, età e contributi, al lavoro che si volge e al luogo di residenza. E, dunque, in relazione alla cosiddetta aspettativa di vita. E, dunque, arrivare a realizzare una griglia di condizioni di uscita diversificate in relazione alla natura del lavoro che si svolge nel segno del principio “lavoro che fai, pensione che hai”.

Pensioni, la speranza di vita a 67 anni
Pensioni, la speranza di vita a 67 anni

È la suggestione, obiettivo, di tutti coloro che a livello teorico voglio mettere mano alla riforma previdenziale. Da ultimo, è contenuta in uno studio dell’era Tridico (il Presidente dell’Istituto voluto dai grillini) e che ieri è tornato in campo rilanciato come ipotesi da discutere al tavolo della previdenza. Ma, come spiegano fonti del governo, si tratta di uno studio e non di un’ipotesi concreta alla quale mettere mano nell’immediato, perché richiederebbe anni e anni di messa a punto dell’operazione che non si può certo realizzare nei due mesi della manovra.

Lo studio in ballo si fonda sull’analisi dei dati dell’Inps sul pagamento delle pensioni e sulla durata delle stesse pensioni. Si scopre che un dirigente vive più a lungo di un operaio o che un pensionato di determinate aree geografiche ha una longevità più elevata di quella di un pensionato di altre regioni. Da qui la correlazione tra lavori svolti, luoghi di residenza e aspettativa di vita o speranza di vita.

Ma nell’aspettativa di vita, come spiegano i demografi, entrano in gioco decine di altre variabili, dal grado di istruzione alla genetica, che sono difficilmente ponderabili per creare un’aspettativa di vita categoria per categoria.

A livello attuale, la speranza di vita entra in gioco a livello complessivo, come parametro indicato periodicamente dall’Istat, per l’incremento generalizzato dei requisiti di età e di contributi. Il meccanismo fu introdotto dalla riforma del 2009 di Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti e rafforzato dalla riforma di Elsa Fornero alla fine del 2011. Un altro discorso, che lega la gravosità dei lavori e della attività all’uscita verso la pensione, è quello che riguarda l’Ape sociale. Nel corso degli anni sono state individuate molteplici categorie di lavori cosiddetti gravosi, in relazione ai quali si prevede la possibilità di lasciare il lavoro con una forma di indennità che accompagna verso la pensione a partire dai 63 anni. Si tratta di meccanismi, come si vede, specifici e limitati, che non riguardano la generalizzazione del nesso età, lavoro, requisiti.  

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