Un dolce a forma di Coronavirus in una vetrina: anche questo è un modo per allontanare la paura
Un dolce a forma di Coronavirus in una vetrina: anche questo è un modo per allontanare la paura

di Andrea Telara

Calo dei ricavi e della fiducia. Ecco lo scenario che purtroppo si è aperto all’orizzonte per il settore dei servizi professionali alle imprese, un segmento produttivo del terziario avanzato, divenuto sempre più importante nell’economia italiana durante gli ultimi anni. A tratteggiare questo quadro tutt’altro che roseo è stata nelle scorse settimane Asseprim, la sigla di categoria federata a Confcommercio che rappresenta le aziende attive in questo ramo di business.

Da gennaio di quest’anno, secondo gli analisti di Asseprim, per le aziende che offrono servizi professionali ad altre imprese c’è stato un crollo dei ricavi e oltre il 71% delle società ha attraversato un semestre peggiore di quello precedente. La colpa, ovviamente, è della crisi economica generata dalla pandemia del Coronavirus, che sta lasciando il segno anche sul comparto del terziario avanzato.

"In tale contesto – hanno sottolineato gli esperti di Asseprim nel loro ultimo report congiunturale – si sono accentuate le difficoltà degli operatori, specialmente di quelli più piccoli, in fatto di tenuta finanziaria: sarà grave l’emergenza di liquidità nel settore fino a fine 2020". Non a caso, soltanto un’impresa su tre, tra quelle che offrono servizi professionali ad altre aziende, ritiene di aver già passato il picco della crisi finanziaria, mentre un ulteriore 30% si aspetta invece che il periodo più duro arrivi nella seconda metà del 2020. Per questo, oggi è difficile per le imprese del settore fare previsioni e ben il 41% delle realtà produttive interpellate nell’ultima indagine congiunturale di Asseprim non ha saputo dire quando sarà in grado di recuperare il fatturato perso nel corso di quest’anno.

Tra le aziende che si sono sbilanciate nel fare previsioni, solo il 15% dice di aver già recuperato il terreno perduto, mentre un altro 27% (pensa di recuperarlo entro dicembre prossimo. Per vedere tutte le imprese del settore tornare al livello di ricavi toccato nel 2019 bisognerà però attendere più di un anno, cioè il 2022. Di fronte a questa congiuntura sfavorevole, molte imprese del terziario avanzato stanno cercando di correre ai ripari seguendo quattro strategie diverse. Il 15% ha pensato di riportare al proprio interno determinate attività e funzioni che finora sono state affidate all’esterno. Un’ulteriore quota del 15% ha invece in mente la scelta opposta: vuole portare all’esterno alcune attività. C’è poi una fetta consistente di società interpellate da Asseprim che mostra coraggio e intende assumere nuovo personale per rafforzarsi e dotarsi di nuove competenze.

La stragrande maggioranza di aziende che offrono servizi professionali ad altre imprese intende però fronteggiare l’emergenza con ben altre strategie: il 47% ha dichiarato infatti di voler ricercare nuovi partner nell’ottica di una collaborazione continuativa o di una fusione. L’unione fa la forza, insomma, anche se le modalità prescelte per siglare eventuali partnership sono diverse e variegate: la maggioranza assoluta di società intende dar vita a collaborazioni informali, una quota del 15% ha detto di voler creare raggruppamenti temporanei di imprese, l’8% preferisce un contratto di rete mentre il 4% predilige alleanze un po’ più strutturate attraverso joint venture o l’adesione a consorzi. Oltre ad attrezzarsi per affrontare le difficoltà attuali, il terziario avanzato sembra però un settore anche preoccupato dell’arrivo di una seconda ondata del Covid-19, sulla scorta dei dati non molto positivi sui contagi. Ad avere questo timore è addirittura il 73% delle imprese analizzate nel rapporto congiunturale di Asseprim, cioè circa una tre società su quattro. Soltanto una quota del 27%, invece, ha detto di non aspettarsi o di non essere sicura dell’arrivo di una seconda ondata. Ma il dato più significativo è un altro.

Oltre a temere una seconda ondata della pandemia, molte aziende che offrono servizi professionali ad altre imprese non sanno ancora se saranno in grado di reggere allo tsunami di una nuova fase di emergenza come quella della primavera scorsa, quando l’economia nazionale si è quasi fermata completamente per il lockdown. Soltanto il 22% delle aziende pensa che non subirà conseguenze o avrà effetti minimi di fronte a una nuova fase critica dell’epidemia. Il 52% ha dichiarato invece di aspettarsi conseguenze pesanti anche se conta comunque di rimanere in piedi. C’è infine una quota molto rilevante del 25% che, di fronte a una nuova grave emergenza sanitaria, pensa di dover subire effetti devastanti, pari a quelli della fase più critica della pandemia e non esclude di chiudere i battenti.