La fabbrica liquida nata ad Arezzo conquista i big di Silicon Valley

"PORTEREMO IN AMERICA il meglio del made in Arezzo ma partiamo con tanta umiltà e voglia di imparare". Così Massimo...

La fabbrica liquida nata ad Arezzo conquista i big di Silicon Valley
La fabbrica liquida nata ad Arezzo conquista i big di Silicon Valley

"PORTEREMO IN AMERICA il meglio del made in Arezzo ma partiamo con tanta umiltà e voglia di imparare". Così Massimo Biribicchi e Simone Riceputi amministratori della Brt Consulting, azienda di riferimento per le imprese che vogliono accedere a servizi pubblici, all’indomani della partenza gli States: direzione Silicon Valley dove hanno mostrato il meglio dell’innovazione toscana ai grandi big player della tecnologia mondiale, nomi del calibro di Google, Apple e Amazon. All’evento, organizzato da Regione Toscana, Fondazione Impresa Toscana e Innovit, Brt ha presentato il suo ultimo progetto “Janus“, che ha sperimentato con ottimi risultati il concetto di “fabbrica liquida“.

Facciamo un passo indietro e partiamo dall’inizi, di cosa si occupa Brt Consulting?

"Ci occupiamo di consulenza aziendale, nello specifico collaboriamo con le imprese per reperire fondi pubblici oppure le affianchiamo nei loro piani di internazionalizzazione, ricerca e sviluppo. Siamo attivi anche nei settori tradizionali come nell’acquisto di materiali e reperimento di materie prime. Nel nostro lavoro, non ci limitiamo a fare la parte burocratica, svolgiamo anche la parte di project management, anche perché i nostri progetti spesso vengono fatti in team da più imprese in un arco temporale abbastanza lungo, anche di 18-36 mesi. Tutto questo, è al centro della nostra azione principe: reperire fondi pubblici, da quelli regionali, a quelli nazionali fino a quelli europei. Svolgiamo una sorta di ruolo pro tempore delle aziende".

Qual è la vostra storia?

"Entrambi abbiamo lavorato a livelli dirigenziali di due importanti realtà aretine e ci siamo conosciuti proprio quando dovevamo sviluppare in tandem un progetto di innovazione. Subito è scattato un certo feeling, anche se abbiamo due diverse estrazioni, abbiamo entrambi un’inclinazione da manager. A fine del progetto ci siamo trovati a pranzo e abbiamo deciso di metterci in proprio e di proporre alle aziende i nostri pacchetti, per proiettarle nel futuro. Da allora, dal 2006, abbiamo iniziato a “infettare“ le aziende con il seme dell’innovazione".

Avete vissuto prima la crisi del 2007 e 2008, poi quella del debito sovrano europeo, quella del Covid e adesso gli effetti della guerra in Ucraina. Un cammino tutto in salita?

"Quando abbiamo deciso di mettere in piedi l’azienda era un momento difficile ma d’altronde ci siamo detti, “quando i momenti non sono difficili?“. Siamo partiti facendo le formichine, cercando sempre di avere le spalle coperte, tenendo come ci hanno insegnato i nostri nonni agricoltori, le risorse in magazzini nei periodi di magra. Abbiamo vissuto diverse crisi globali, ma paradossalmente quella del 2008 ci ha aiutato: le aziende sono state costrette a guardarsi dentro e ascoltare anche i consigli di altri per non andare a fondo. In quella cesura molti hanno bussato alle nostre porte e grazie al nostro intervento ai fondi che abbiamo reperito, molte aziende si sono salvate".

La congiuntura più difficile?

"Il Covid che ha ingessato un settore, quello della pubblica amministrazione, con cui noi lavoriamo giorno dopo giorni. Sono stati due anni difficili senza bandi che è la nostra materia prima. La burocrazia è da sempre considerata uno dei punti deboli del Paese".

Come fate a lavorarci?

"Bisogna fare dei distinguo. La Toscana è virtuosa ed eroga tutti i fondi previsti: poche regioni sono a questi livelli. Non a caso, noi non scegliamo solo le aziende come interlocutori, ma anche le regioni più affidabili per lavorare. In linea generale però, sì: la pubblica amministrazione è difficile, a volte contraddittoria, per questo ci vuole metodo e qui entriamo in gioco noi. Quando si lavora con la Pa bisogna essere organizzati, perché la forma è sostanza. Completamente diversa è invece la situazione per i bandi ministeriali, quasi una matassa di burocrazia, come quelli del Pnnr, dieci volte più difficili da “decifrare“ rispetto quelli della regione Toscana".

Voi vi occupate di innovazione ma se guardiamo le classifiche, comunitarie o dei paesi Ocse, l’Italia occupa sempre gli ultimi gradini?

"È il più grande falso luogo comune sul nostro paese. L’italia è il paese laboratorio d’Europa. Semmai ne abbiamo talmente tante di cose che ne siamo assuefatti. Le aziende sono così concentrate, quasi trincerate, sul prodotto che a volte non si rendono conto di quello che stanno facendo in livello di ricerca e sviluppo. In Italia siamo però abituati a un’innovazione incrementale, passo dopo passo, rispetto ai paesi anglosassoni dove la R&S ha una carica più dirompente e viene sbandierata e comunicata bene. Ad esempio Arezzo è un distretto che facendo squadra ha primeggiato a livello mondiale".

Capitolo viaggio in America. Cosa avete portato alla Silicon Valley?

"Il territorio di Arezzo e della Valdichiana è pieno di officine meccaniche, centinaia di aziende che fanno più o meno le stesse cose. La nostra idea è mettere insieme tutte le risorse e le competenze tecniche, abbattendo i muri fisici per creare una “fabbrica liquida“ in grado di adattarsi alle situazioni. In un’ottica di sharing economy, economia condivisa, ogni macchina diventa il nodo di una rete. Così migliora la capacità produttiva, si limitano i costi e si rispetta l’ambiente".

Cosa avete portato del made in Arezzo negli States?

"La nostra cultura. Non a caso il progetto si chiama “Janus“, nome latino di Giano, il primo dio italiano, non mutuato dalla cultura greca. Giano ha due facce, una che guarda che al futuro e una al passato. Così facciamo noi: dalle nostre radici prendiamo slancio per guardare al futuro".

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