Blocco dei voli, paralisi del turismo cinese, calo dei consumi, stallo del manifatturiero, crollo del petrolio. Le ripercussioni negative dell’epidemia di coronavirus sono gravissime e sotto gli occhi di tutti. Ma non c’è solo questo. «Come in qualsiasi congiuntura, anche in questa c’è chi perde e c’è chi vince», fa notare Paul Holland (sopra nella foto tonda) di Foundation Capital.

Cominciamo dai perdenti.

«Con il blocco di 58 milioni di persone in quarantena, il nuovo coronavirus è destinato ad avere un impatto molto pesante sull’economia cinese: le prime stime parlano di un rallentamento del Pil compreso tra mezzo punto e un punto e mezzo percentuale. In Cina, Wuhan è un hub di trasporto chiave sul fiume Yangtze, per le merci che si spostano dall’interno verso la costa e per il traffico commerciale Nord-Sud. L’anno scorso in quest’area il Pil è cresciuto del 7,8% (l’1,7% più della media nazionale), grazie a settori trainanti come l’automotive e l’ottica di precisione. Ora Wuhan è una città fantasma».

Con quali ripercussioni sulle aziende internazionali?

«Perdenti nella partita del coronavirus sono le società occidentali con una catena del valore in Cina o molto esposte ai mercati dell’Estremo Oriente. A Wuhan sono presenti più di 300 delle 500 maggiori società al mondo, comprese Microsoft e Psa. Le compagnie aree che hanno interrotto i voli con la Cina, come British o Lufthansa, ne hanno risentito in Borsa, ma anche le altre, da Delta a Easyjet, hanno subito ripercussioni. Le società turistiche, come Caribbean Cruises, sono fra le più colpite. Danneggiati anche i costruttori di semiconduttori, che fanno affari d’oro nel Far East, e il settore automotice, in primis Toyota e Renault, che hanno fermato la produzione in Cina».

Altre vittime?

«Le società del lusso, come Lvmh o Kering, sono state colpite dal fatto che si basano molto sulle spese dei ricchi cinesi, che dominano il mercato con oltre un terzo della spesa annua, poco sotto i 100 miliardi di euro a livello globale. Le società petrolifere invece sono state colpite dal crollo del prezzo del greggio. La Cina è il primo consumatore mondiale di petrolio e Wuhan è uno dei suoi principali hub».

Dall’altra parte della barricata...

«Ci sono i settori e le aziende che vincono. Fra questi vedo ottimi risultati per tutte le piattaforme di vidoconferenza, come Zoom, o di smart working per business: chi vuole continuare a fare affari con la Cina e in particolare con le regioni bloccate dalla quarantena, non avrà altra scelta che usare questi servizi per comunicare. Un altro settore che sta crescendo in Borsa e quello dell’home entertainment, ad esempio Netflix, che ha appena lanciato una serie chiamata proprio ‘Pandemic’. Buoni affari anche per il settore degli imballaggi: chi non vuole o non può fare compere di persona, ma non vuole rinunciare ai consumi, passa all’e-commerce».

E poi c’è tutto il comparto sanitario.

«Certamente. In particolare fra le aziende impegnate nella caccia al virus e al possibile vaccino, ci sono piccole società biotech poco conosciute che, come sempre avviene durante le epidemie, stanno vivendo il loro momento di gloria. Novavax, le cui ricerche erano servite in passato a sviluppare vaccini sperimentali contro altri coronavirus come Sars e Mers, ha guadagnato il 71% in un giorno, mentre la cugina Inovio ha guadagnando il 12%. Un’altra compagnia biotech, Moderna, ha annunciato l’avvio di un potenziale vaccino per il coronavirus venendo premiata con un +9% in Borsa. Ancora meglio è andata a Vir Biotechnology, piccola società attiva nel settore immunologico: è bastato che il virologo Herbert Virgin annunciasse che l’azienda ‘potrebbe avere il potenziale per curare e prevenire il coronavirus’ per far decollare le azioni di Vir, prima con un +15% sulla fiducia e poi con un +38% qualche giorno dopo. Co-Diagnostics ha annunciato lo stesso giorno di aver ‘completato il lavoro di progettazione principale’ per un test da sottoporre a screening e ha avuto risultati analoghi».

Vanno alla grande anche i beni rifugio...

«Man mano che cresce il panico fra gli investitori, come sempre molti si rifugiano nell’oro, che è balzato a 1.590 dollari l’oncia. Ad amplificare la corsa ai beni rifugio c’è l’effetto sorpresa: il coronavirus è un ‘cigno nero’, imprevedibile e inatteso. Non si sa ancora come e quanto potrà svilupparsi, né se prenderà le sembianze di una pandemia globale. Non stupisce questa reazione disordinata».