di Davide Gaeta

La politica agricola europea nata nei primi anni sessanta per difendere i redditi delle imprese agricole, sostenere la stabilità di prezzo e la garanzia di approvvigionamento, ha risentito dell’influenza politica degli Stati del Nord Europa favorendo le produzioni come latte, carne e cereali e penalizzando le colture mediterranee. Un esempio evidente è il caso della politica dell’olio d’oliva. Gli strumenti normativi dalle Ue con cui si sarebbe potuto difendere una coltura come quella dell’olivo, che è strategica per il nostro Paese perché diffusa in tutto il territorio e parte centrale della nostra dieta alimentare, si articolano in due direzioni: l’aiuto alla produzione e la cosiddetta protezione comunitaria.

La prima prevede un regime contributi alle aziende ed alle organizzazioni dei produttori, ma si è rivelata poca cosa rispetto ai problemi del settore. E’ vero che finanzia programmi sulla tracciabilità, certificazione e tutela della qualità, ma resta altissima l’asimmetria informativa tra produzione e consumo, anche in virtù di una normativa sull’etichettatura tutt’altro che trasparente e volutamente non chiara per esempio tra olio di oliva ed extravergine.

La seconda, la protezione comunitaria, avrebbe dovuto proteggere dall’ingresso in Europa di olii che si presentano alle nostre dogane privi degli alti standard di qualità richiesti all’interno della Ue ed a prezzi spesso risibili. Anche in questo caso le ragioni politiche di vicinato con i Paesi del sud del Mediterraneo hanno prevalso lasciando che la nostra produzione nazionale soffra di una concorrenza sleale e di una variabilità così ampia dei prezzi di vendita che rischia di confondere il consumatore.

Davide.gaeta@univr.it