di Giada Sancini

Se c’è un elemento comune a città, istituzioni e aziende, questo è il lavoro: l’unico elemento che permette alle persone di realizzarsi e di assumere una vera dignità nel contesto in cui operano, vivono, si relazionano con gli altri. Per questo Nobilita, il festival dedicato al lavoro, ha avuto tra i suoi ospiti tutti gli attori che hanno un ruolo in questo teatro fondamentale per l’esistenza di tutti, dalle imprese, alle istituzioni, ai cittadini. Dietro l’appuntamento di Fico ci sono dodici anni di community reali, fisici, concretamente vissuti: il festival nasce infatti da FiordiRisorse, il network professionale nato su Linkedin nel 2008 che ha poi scelto di entrare nei diversi territori italiani per interpretarne la fisionomia manageriale e produttiva. SenzaFiltro, la testata giornalistica che si occupa di cultura del lavoro e che promuove questo festival, è figlia dello stesso pensiero e dal 2015 copre un grande buco editoriale, quello di parlare del lavoro attraverso le persone e non soltanto con numeri o statistiche.

Dall’edizione appena conclusa è nato anche un primo Dossier sulla cultura del lavoro che verrà aggiornato ogni anno con i contenuti del festival e con i dati della Ricerca promossa da FiordiRisorse attraverso la sua rete che conta oltre 7mila aziende, manager, professionisti e imprenditori. L’analisi dei dati emersi dalla ricerca condotta da gennaio 2019 a luglio 2020, quindi aggiornata da aprile in poi con domande relative al solo concetto di smart working, ha interessato un campione nazionale di 2mila intervistati che ha testimoniato liberamente alcuni passaggi culturali da cui dovrebbero muovere le riflessioni sui mesi che stiamo vivendo e che ci aspettano.

Una critica diffusa è che il lavoro agile nuocerebbe all’economia dei commercianti delle città, in particolare agli esercizi della ristorazione specializzati nelle pause pranzo, convenzionati con le aziende dei buoni pasto. In realtà il lavoro agile vero e proprio non ha una precisa sede di svolgimento e nemmeno un orario di svolgimento. Essendo un ‘non luogo’ espresso dentro un ‘non orario’, di per sé non ha oggettivamente alcuna conflittualità con i servizi di ristorazione o anche con i trasporti. Il lavoratore agile non è infatti obbligato a lavorare da casa.

Quanto alla reattività delle imprese nell’utilizzare lo smart working, per l’81,7% delle risposte c’è stata grande intraprendenza e, per il 77,4% di loro, l’azienda ha dimostrato di essere preparata nonostante la narrazione giornalistica spingesse continuamente verso messaggi e notizie opposti. E poi: dopo il lockdown, soltanto il 28% delle aziende è ritornato alla situazione originaria di presenza in ufficio e nel 45,7% dei casi, l’azienda ha consentito di scegliere. In quote più basse sono emerse le opzioni di rientro parziale per 2 o 3 giorni in smartworking.

"Ritengo un personale motivo di soddisfazione – argomenta il segretario generale Fim-Cisl, Marco Bentivogli – che ben il 74,6% tornerebbe in ufficio “solo per le riunioni strategiche”, che il 13,3% lavorerebbe sempre da remoto e che solo il 12,1% abbia un giudizio completamente negativo e vorrebbe recuperare per sempre il proprio ufficio". La notizia totalmente in controtendenza rispetto alle dichiarazioni di industriali, giornali e associazionismo di vario tipo riguarda invece il sentimento dei dipendenti rispetto al lavoro da casa: oltre il 70% ritiene ‘inutile andare in azienda tutti i giorni’ per compiere azioni che si possono svolgere tranquillamente in remoto ed è ben disposto a tornare in ufficio per confrontarsi coi colleghi su progetti speciali o per riunioni strategiche.