Andrea Telara

MILANO

CAMBIANO i governi, le maggioranze, i nomi dei ministri ma, nelle cronache finanziarie, il protagonista è sempre lui: il famigerato spread BtpBund, il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e tedeschi con scadenza decennale. Nei giorni scorsi, man mano che crescevano le probabilità della nascita di un governo Pd-5Stelle, lo spread cominciava a battere la ritirata, avvicinandosi alla soglia dei 150 punti base (1,5%), un livello che non si vedeva da circa un anno e mezzo. Questa retromarcia ha una ragion d’essere ben precisa: «La nuova maggioranza dovrebbe allentare i toni euroscettici e avere un atteggiamento più cooperativo con le istituzioni europee, in vista del grande scoglio autunnale rappresentato dalla legge di bilancio per il 2020», dice Giordano Beani, fund manager di Amundi, la più grande casa di gestione europea.

LO SPREAD, infatti, è un po’ il termometro che misura le tensioni sui mercati finanziari e sul nostro debito pubblico. Quando gli investitori internazionali intravedono frizioni tra il governo di Roma e le autorità di Bruxelles o quando temono per la solvibilità finanziaria del nostro Paese, iniziano infatti a vendere i Buoni del Tesoro italiani (in particolare i Btp) facendone calare i prezzi sul mercato e facendo aumentare i rendimenti per chi li acquista nelle fasi di ribasso. Viceversa, quando le tensioni internazionali si stemperano come nelle scorse settimane, gli investitori tornano a comprare i Btp, i prezzi dei Buoni del Tesoro crescono mentre si abbassano i loro rendimenti e cala pure lo spread, il differenziale d’interesse con i titoli di stato tedeschi.

SE LA SITUAZIONE sui mercati appare ora più tranquillizzante, non manca però l’altra faccia della medaglia. Chi investe in titoli di stato italiani deve infatti accontentarsi di rendimenti ridotti al lumicino, che scendono addirittura sotto lo zero per i Buoni del Tesoro di scadenza più breve come i Bot. Nel caso dei Bot con scadenza a dicembre, per esempio, la scorsa settimana il rendimento al netto delle imposte era pari a -0,33%. Ciò significa che investendo questi titoli si ottiene alla scadenza un capitale leggermente inferiore a quello di partenza.

PER AVERE interessi un po’ più corposi bisogna per forza di cose puntare su Buoni del Tesoro con durata molto più lunga, superiore ai 10 o 15 anni. I Btp con scadenza nel novembre 2029, per esempio, acquistati ai prezzi dei giorni scorsi rendevano circa lo 0,6% al netto di tutte le tasse. Tradotto in soldoni, un investimento di ben 100mila euro in questi titoli rende ogni anno appena 600 euro, che scendono a 60 euro se la cifra impiegata è pari a 10mila euro. Un po’ più generosi sono i Btp con scadenza dal 2035 in poi, che garantiscono un interesse netto dell’1%, corrispondente a mille euro di guadagno all’anno su un capitale di 100mila. Si tratta di cifre evidentemente modeste e sembrano davvero passati anni luce dai tempi in cui i titoli di stato italiani garantivano tassi di rendimento a due cifre ed erano per molte famiglie sinonimo di una corposa rendita nel lungo periodo.

NON VA poi trascurato un aspetto importante: se è vero che i Btp di scadenza avanzata sono i più redditizi, sono anche ben più rischiosi. Proprio a causa della vita residua lunga, infatti, i loro prezzi possono oscillare sul mercato in maniera consistente, in caso di nuove turbolenze sulle piazze finanziarie o di preoccupazioni sulla solidità dei conti pubblici italiani.