Operai al lavoro (ImagoE)
Operai al lavoro (ImagoE)

Milano, 7 giugno 2020 - Costi economici, sociali, sanitari e psicologici. Aver ’chiuso’ l’Italia per due mesi ha avuto pesanti ripercussioni. A tirare le somme è Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni. Le istituzioni, concede, si sono trovate di fronte a una minaccia "del tutto sconosciuta". Ma anche ora, durante la riapertura, anziché calare le linee guida per la ripresa dall’alto, guidati da un’idea di "rischio zero" impossibile da raggiungere, sarebbe stato saggio almeno "ascoltare le imprese, che sono le prime ad aver interesse affinché la loro attività sia sicura per lavoratori e clienti".

Professor Mingardi, l’ex commissario all’emergenza Covid in Emilia-Romagna, Sergio Venturi, ha ammesso che il lockdown totale è stato un errore. È d’accordo?
"Sono parole da meditare. A marzo, per fronteggiare un virus sconosciuto, i nostri governanti hanno adottato una versione estrema del principio di precauzione. In questo modo abbiamo appiattito la curva. Ma è una misura che ci ha costata cara sotto altri punti di vista".

Ora si è riaperto tutto. Ma i paletti sono stringenti, la gente fatica a entrare nei negozi e a spendere, molte imprese rischiano la chiusura definitiva.
"C’è l’impressione che le linee guida talvolta non fossero proprio compatibili con il modo in cui si svolgono alcune attività. È normale: gli esperti non necessariamente sanno come si lavora in un supermercato. Pesa forse il pregiudizio che i datori di lavoro non abbiano interesse a tutelare la sicurezza di dipendenti e clienti. Per questo si norma tutto e a non si accetta che si facciano esperimenti. Che invece servirebbero. È una situazione nuova e bisogna imparare a gestirla".

Quale sono i costi principali che abbiamo pagato?
"A livello economico, è stato l’equivalente di una imposta del 100% dei ricavi per due mesi su molte attività. Ma ci sono stati pure costi sanitari (visite e operazioni rinviate) e costi psicologici, di cui non parla nessuno, dovuti alla reclusione e a un deficit di socialità. E costi in termini di libertà: neanche a Mussolini era venuto in mente di chiudere gli italiani nel Comune di residenza…".

Era inevitabile questo lockdown totale?
"È probabile che non ci fosse altra via. Ma questo non significa che debba essere indiscutibile: anzi, ne dobbiamo discutere, per fare meglio se arrivasse la seconda ondata".

L’Italia si risolleverà dalla crisi innescata dal Covid-19?
"Quest’anno le stime accreditano un crollo di circa 10 punti di Pil. È un danno paragonabile all’effetto della Seconda guerra mondiale. Gli ottimisti ricordano che dopo venne il boom economico, ma c’erano altre condizioni. Si voleva superare il corporativismo fascista, le risorse erano poche, lo Stato disorganizzato: si lasciò spazio al privato e ne sortì una straordinaria generazione di imprenditori. Oggi la classe politica dice: ‘possiamo spendere’. Ma per fare cosa? Come se la spesa pubblica spingesse la crescita di per sé: tesi surreale in Italia, dove sprechi e inefficienze riempiono le pagine dei giornali".

Si poteva evitare di chiudere il Paese dalla cintola in giù, visto che al Sud i contagi sono stati limitati?
"Sotto alcuni aspetti, il lockdown è stato fatto ’per’ il Sud. Quando le terapie intensive si stavano riempiendo drammaticamente, in Lombardia, si è scelto di chiudere, sapendo che in molte regioni meridionali gli ospedali potevano collassare. Forse si sarebbero potute riprendere un po’ prima le attività, in quelle Regioni. Da una parte, il conto da pagare di una stagione turistica funestata sarà alto. Dall’altra, il fatto che il governo punti tutto su misure di carattere assistenziale è problematico nel Meridione, dove l’impresa privata è più debole".

Chi ha sbagliato? La politica poteva agire diversamente? E la scienza non ha forse dato risposte troppo contraddittorie?
"Non sono un fan del governo Conte, ma ha dovuto fronteggiare una crisi terribile. Però, se andiamo verso una nuova ’normalità’, bisognerebbe provare a fare tesoro degli errori commessi. La comunicazione scientifica non ha funzionato, la tv si è trasformata in un derby di ’esperti’ di diversa opinione, mentre le decisioni del governo non avevano un unico portavoce scientifico autorevole e riconosciuto come tale. Non fare della Bergamasca una ’zona rossa’ è forse il singolo errore che ci ha costretto al lockdown nazionale. Abbiamo messo i bastoni fra le ruote ai privati sulle forniture, bloccato l’economia e mentre la bloccavamo non ci siamo posti il problema di come attrezzarla, affinché tornasse ad operare in sicurezza quanto prima. L’elenco potrebbe continuare. Ma per imparare dagli errori, bisogna prima ammetterli: se si finge che non ci siano stati, ragionare su cosa abbiamo sbagliato è impossibile".