Alcune norme del decreto Liquidità di quello Rilancio preoccupano gli avvocati che si occupano di lavoro e i loro clienti. Perché? Quando si parla di licenziamenti – secondo i legali – si va in controtendenza rispetto a quello che viene previsto dal diritto del lavoro e le norme sono troppo generiche. Ma vediamo caso per caso. Ad esempio secondo l’articolo 1, comma 2, lett. l del Decreto Liquidità le imprese che vogliono accedere alle garanzie previste in materia di sostegno alla liquidità devono "assumere l’impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali".

"La norma è troppo vaga e rappresenta un forte rischio per la libertà di impresa", spiega Ranieri Romani, Partner di Lca Studio Legale. Lca è uno studio legale indipendente, specializzato nell’assistenza legale e fiscale d’impresa, con sede a Milano, Genova e Treviso (nell’incubatore tecnologico H-Farm). Negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, opera in international partnership con IAA Middle East Legal Consultants Llp.

Lo studio offre un completo servizio di consulenza legale, giudiziale e stragiudiziale, nei diversi ambiti del diritto commerciale, societario, bancario, finanziario, tributario, penale, immobiliare, della crisi d’impresa, del diritto del lavoro e dell’immigrazione, dei trasporti, della proprietà intellettuale e delle nuove tecnologie, del diritto agroalimentare e dell’arte, e infine nella tutela della famiglia e dei patrimoni familiari. E ha recentemente visto una forte crescita dimensionale, arrivando a contare oggi oltre 120 professionisti.

Tornando sulle norme dei decreti degli ultimi mesi, nonostante siano passate alcune settimane rispetto alla presentazione del decreto Liquidità, restano anche i problemi sollevati dall’articolo 1, comma 2, lett. l del Decreto. Nella norma, infatti, si parla dell’ammissione al regime di prestiti bancari garantiti da Sace a condizione che la gestione dei livelli occupazionali avvenga attraverso accordi sindacali. In sostanza, la norma, così come prevista, potrebbe portare a prevedere il divieto di licenziamento in assenza di un consenso sindacale: ciò travolgerebbe tutta la normativa sui licenziamenti attualmente in vigore.

"Questa norma è molto generica e può avere effetti devastanti – continua Romani – Per disciplinare un’emergenza, per come la norma è scritta, si va a limitare la libertà di impresa prevista dall’art. 41 della Costituzione. La volontà dell’imprenditore di riorganizzarsi è insindacabile (anche da parte del giudice) e non può certo passare dall’ok di un sindacato. E’ auspicabile, quindi, che ci siano modifiche in sede di conversione perché la norma, così com’è, presenta numerosi problemi".

Inoltre, la norma aprirebbe una situazione di incertezza che rischia di essere pericolosa sia per gli imprenditori che per i lavoratori: "E’ necessario anche chiedersi quali sono le conseguenze della violazione della norma, perché non sono specificate – aggiunge Romani – Sarebbe illegittimo il licenziamento? O l’imprenditore avrebbe delle conseguenze sulle garanzie? Sicuramente il sindacato sosterrà che il comportamento è antisindacale. Senza contare che i rischi di una norma così generica possono indurre gli imprenditori a evitare il ricorso al SACE, vanificando così il reale intento della misura". Tale limitazione della libertà di impresa emerge, peraltro, anche nel recentissimo Decreto Rilancio, il quale prevede un’estensione sino a metà agosto del divieto di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo: "Se tale divieto (forse) poteva essere accettabile durante il periodo di lockdown, estenderlo oggi per altri 3 mesi in modo generalizzato a tutte le aziende (incluse quelle che nemmeno hanno fatto uso di ammortizzatori sociali e che, a prescindere dal Covid-19, avrebbero avuto necessità di riorganizzarsi) è qualcosa di incomprensibile e, a mio avviso, incostituzionale".