Il dibattito che si è aperto su come costruire il post “lockdown” da Covid-19 vede d’accordo politici, esperti e commentatori sul fatto che tutto dovrà essere più semplice. Tutti a chiedere “basta burocrazia”, soprattutto in questa fase in cui bisogna intervenire con urgenza. Ed è un sacrosanto imperativo ritenere che dobbiamo fare in fretta e bene. Ne va della sopravvivenza economica e sociale del Paese.

Ma questo, questa direzione di marcia, dipenderà dalla nostra capacità amministrativa che vede in gioco la politica, la dirigenza pubblica e il personale. Una volta individuato l’obiettivo di policy (sostegno al reddito, incentivi ella imprese, cassa integrazione, spinta agli investimenti, forniture sanitarie, il credito o i differimenti fiscali) serve individuare la modalità più veloce per raggiungerlo, guardando alla correttezza sostanziale e non formale della procedura.

In questo senso, sono, siamo tutti a invocare il “modello ponte Morandi”, per indicare che senza burocrazia si riesce a raggiungere meglio l’obiettivo che ci si propone. Eppure, la burocrazia non è l’amministrazione, ma il suo contrario. E’ uno spreco in termini di procedure inutili, è un costo per cittadini e imprese e un freno per l’innovazione e l’attrazione degli investimenti.

La burocrazia, per di più, ha la capacità di incrementare le diseguaglianze, tra chi sta meglio e quindi può attendere o rivolgersi al privato e chi ha realmente bisogno e urgenza e non ha alternative. Potremmo dire che è incostituzionale se pensiamo al comma 2 dell’articolo 3 della Costituzione. Non “rimuove gli ostacoli” ma spesso li crea.

Il risultato della burocrazia, per stare a un caso vicino, è quello che possiamo riscontare per molte misure del “Cura Italia” o del “Decreto liquidità” che rischiano di produrre  i loro effetti in ritardo, rivelandosi inutili. A molti degli strumenti è possibile accedere, infatti, solo ricorrendo a consulenze, quindi sopportando un costo. Con il rischio reale di indebitare il Paese, ma senza riuscire a risollevare l’economia e la società.

Quello che tornerebbe utile, al contrario, è  l’individuazione di misure straordinarie per far accedere subito cittadini e imprese agli aiuti. Si può fare. Non serve un’istanza o il ricorso agli allegati se io Amministrazione pubblica ho tutti i dati sui redditi e persino l’Iban del beneficiario, come Inps o come Agenzia delle Entrate. Ugualmente se vogliamo coinvolgere i corpi intermedi nell’erogazione dei servizi (banche, fondi bilaterali, casse, associazioni di categoria), facciamo in modo che essi possano accedere ai dati pubblici e a operare in maniera semplificata. Altrimenti spostiamo la burocrazia o la aumentiamo e il servizio arriverà tardi e non prima, perdendo la sua utilità.

In termini più strutturali, un’amministrazione digitale dovrebbe ridurre il personale e ridisegnare le attività delle amministrazioni, che dovrebbero preoccuparsi del profilo tecnico dell’attuazione delle politiche e non più della bassa amministrazione. Questo dovrebbe portare ad avere meno personale e più qualificato. Non dovremmo più reclutare diplomati, ma laureati con percorsi scientifici e professionali qualificati. Un personale che dovremmo pagare di più, grazie al fatto che il personale è di meno.

La stessa centralizzazione di molte decisioni, oggi necessaria, la dobbiamo saper organizzare. Serve un Centro forte dal punto di vista amministrativo, che non abbiamo. Riconosciamolo. Dopo il decentramento amministrativo e il federalismo ci siamo trovati senza un Centro e al contempo con molte regioni rimaste deboli. Lo Stato ha la capacità di emanare leggi e regolamenti e non sempre di qualità e con puntualità. Ma è diventato uno Stato-Centro frammentato secondo deleghe vecchie, senza alcun coordinamento tra i ministeri, i quali hanno direzioni sempre più vuote, incapaci sia di intervenire sia di coordinare.

In questo contesto, il processo di de-tecnicizzazione, che si è verificato negli anni a causa di un cattivo reclutamento e dell’assenza di programmi di formazione e riqualificazione, ha contribuito ad avere sempre più cattive decisioni e il ritardo delle stesse. I tagli lineari alla spesa hanno portato a ridurre la spesa buona e a mantenere la spesa cattiva, indebolendo le nostre strutture ministeriali.

E così anche le polemiche di questi giorni, sulla creazione di una moltitudine di task force, non tengono conto di due fenomeni, come la debolezza della politica e degli staff e la mancanza nell’amministrazione di quei tecnici che dovrebbero conoscere i fenomeni economici e sociali, interpretare i dati e disegnare meglio le misure. Non è un problema di pensionamenti anticipati, quanto di cattivo reclutamento e di cattiva organizzazione. Il susseguirsi rapido di governi ha nuociuto gravemente alla salute della PA, a partire dai suoi vertici.

Di certo criminalizzazione dell’amministrazione pubblica, l’eccesso di norme, la pluralità di controlli non aiutano, ma sarà impossibile scardinare tutto questo se non avremo persone orientate  ai risultati e ai bisogni. Servono persone che non abbiano paura della discrezionalità datoriale e della discrezionalità amministrativa, altrimenti sarà sempre più una rincorsa alle norme. La politica volatile, infatti, può  assicurare solo qualche norma, facile da comunicare, piuttosto che un risultato in termini di crescita per il Paese; mentre la macchina amministrativa spaventata dalla discrezionalità, invocherà in aiuto l’ennesima norma o parere. E noi avremo una PA che non conosce la società e il tessuto economico sul quale interviene e che non è abituata a parlare con gli stakeholders e i destinatari della propria azione e che oggi è persino terrorizzata nel farlo, dalla paura di perdere l’indipendenza.

Abbiamo bisogno, invece, di una amministrazione proattiva e non “costretta” a forza di norme. Le amministrazioni pubbliche non solo non devono intralciare e rallentare - come si chiede oggi a gran voce - ma anche aiutare e sostenere realizzando contesti favorevoli allo sviluppo, alle imprese e alla buona economia.

Dopo il lockdown, dunque, è necessario ripartire velocemente, tenendo conto che in una economia globale competitiva perdere del tempo nella ripresa significa perdere degli spazi nel mercato e lasciare molte persone senza un reddito.

Senza contare che c’è un ulteriore rischio, che è quello che in questo momento un fallimento dell’intervento pubblico nella ricostruzione e nella ripresa azzererebbe quel poco di fiducia che rimane dei cittadini nelle istituzioni e nella politica, rendendo questo Paese sempre più ingovernabile.

* Senior Advisor Adepp, esperto di Pubblica amministrazione