Roma, 7 maggio 2017 - L’assegno di ricollocazione, il fiore all’occhiello delle politiche attive del Jobs Act, rischia di rivelarsi un flop. A poco meno di due mesi dall’invio delle circa 29-30 mila lettere ad altrettanti disoccupati, solo 1.200 hanno attivato il meccanismo per tentare di conquistare il bonus da utilizzare per la ricerca di un nuovo lavoro. Un fallimento che, a meno di interventi correttivi, potrebbe diventare fatale per la sperimentazione della principale misura gestita dalla neonata Anpal, l’Agenzia nazionale guidata da Maurizio Del Conte.

Previsto dal Jobs Act del governo Renzi, partito con mesi e mesi di ritardo, l’assegno è stato sbloccato a metà marzo con tanto di annuncio solenne del premier Paolo Gentiloni. La fase sperimentale ha visto la spedizione delle lettere a 30 mila disoccupati, estratti a sorte dagli archivi Inps tra i titolari di Naspi (l’indennità di disoccupazione riformata) da più di quattro mesi (oltre 1,1 milioni secondo la Fondazione dei consulenti del lavoro). In teoria, i destinatari, ricevuta la comunicazione, avrebbero dovuto e potuto registrarsi sul portale dell’Anpal e seguire le istruzioni per l’uso del ticket ricollocazione: in sostanza, profilarsi e decidere da chi farsi assistere (un Centro per l’impiego pubblico o un’Agenzia per il lavoro privata) per la ricerca di una nuova occupazione. 
 
A sua volta, l’Anpal, verificato il risultato raggiunto (la nuova assunzione del lavoratore), dovrebbe provvedere al versamento dell’assegno all’operatore che ha reso il servizio, secondo un ammontare variabile da 250 a 5 mila euro a seconda del livello di occupabilità e del tipo di contratto ottenuto dal disoccupato.
A fronte di questo percorso teorico, però, la prima fase pratica si è rivelata lontana dalle attese. A fine aprile-inizio maggio, solo 1.200 destinatari della lettera hanno attivato la procedura e solo in una decina si sono realmente rivolti a un’Agenzia per il lavoro per farsi assistere. Un bilancio negativo che, per diversi addetti ai lavori, chiama in causa tre ragioni principali. La prima è nelle stesse regole del meccanismo, che lasciano al disoccupato la facoltà di decidere se e quando aderire all’operazione, prevedendo, anzi, che se accetta l’assegno e poi non accetta il percorso indicato dagli operatori perde la Naspi in tutto o in parte: il che spinge a tenersi l’indennità di disoccupazione finché dura e a non attivarsi per l’assegno. Tanto che il giuslavorista e senatore Pd Pietro Ichino non ha risparmiato critiche al vademecum dell’Anpal, sostenendo che «consentire di ‘pensarci su’ finché dura il sostegno del reddito significa lisciare il pelo a quella pessima cultura che caratterizza i nostri vecchi servizi per l’impiego, e di riflesso i comportamenti opportunistici di troppi disoccupati». 
 
Per Del Conte, però, «non si può rendere obbligatoria l’adesione, perché non è prevista dalla legge». Di sicuro, comunque, si può rendere più facile e agevole l’accesso alla procedura – e questa è la seconda ragione del flop – mentre ora il portale Anpal presenta un percorso farraginoso e ostile per chi voglia registrarsi e profilarsi. Senza contare che, sempre secondo più di un esperto del settore, è mancata una minima campagna di comunicazione sulla misura. Per non dire della concorrenza di analoghi strumenti – terzo motivo del flop – messi in campo dalle regioni, con più efficacia e forza, senza nessun coordinamento con l’assegno Anpal, con il risultato che un disoccupato potrebbe aver ricevuto la lettera, pur essendo titolare di una dote regionale. Insomma, un pasticcio annunciato che rischia di bruciare uno strumento potenzialmente efficace.