Tasse
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NON VOGLIO schierarmi sul tema flat tax, però ho provato soddisfazione nel vedere che la discussione ha toccato, finalmente, i prelievi esagerati a cui vanno incontro i lavoratori, dipendenti e non. Il libero professionista prima dell’introduzione della flat tax si ritrovava a far fronte ad almeno due gabelle: l’Irpef e la Inps. Di Irpef paga un’aliquota che varia dal 23% fino al 43% di quello che fattura (attenzione: parliamo di lordo). Poi deve versare circa 25% di quello che fattura all’Inps, se non ha la fortuna di avere una cassa professionale. Al netto delle detrazioni idealmente questo eroe si ritrova a versare allo Stato una percentuale variabile tra il 48% e il 68% di quello che guadagna.

Diventa facile capire perché la flat tax già approvata per chi non fatturi più di 65mila euro l’anno non sia un regalo: chi aderisce a questo regime fiscale non gode di detrazioni, paga il 15% sul fatturato, ma deve poi fare i conti con l’Inps.

Anche qui, alla fine, il 48% di quello che guadagna se ne va in tasse.

VA MEGLIO ai lavoratori dipendenti? Neanche per sogno. Hanno qualche certezza in più rispetto ai liberi professionisti, ma non possono detrarre quasi niente. L’OCSE ha appena certificato che circa il 48% (a volte anche di più) del lordo della busta paga se ne va in tasse e previdenza.

In un simile scenario è facile capire una cosa: in un Paese che si prende la metà di quello che guadagneresti per offrire – a parte la sanità – servizi e infrastrutture scadentissima, la strada, se vogliamo ricreare un minimo di domanda interna, può essere solo una: tagliare le tasse. Ridurre il numero di gabelle e far scendere l’imposizione.

Volete fare la flat tax? Va bene. Volete abbassare le aliquote, mantenendo la progressività? Va altrettanto bene. Fate quello che volete, ma fate presto.