Il sodale di Vallanzasca: "Non si è mai pentito. Ma non lasciamolo morire chiuso in un carcere"

Stefanini faceva parte della banda che terrorizzò Milano negli anni ’70. "Il Bel René è anziano e malato, ora non è più pericoloso. Io oggi sono quasi libero, non mi lamento: mi bastano Tv e buon vino"

Il Bel René a processo
Il Bel René a processo

Milano, 10 dicembre 2023 – Settantuno anni di cui quarantanove trascorsi entrando e uscendo da una quarantina di patrie galere. Esponente di spicco e oggi uno dei tre superstiti, con Renato Vallanzasca e Osvaldo Monopoli, della banda che terrorizzò Milano e non solo. Oggi, placato, Tino (all’anagrafe Alfredo Santino) Stefanini vive a Milano, al Gallaratese, nell’abitazione che è stata di sua madre. Vive da uomo quasi libero, in affidamento ai servizi sociali ancora per un anno, con l’impegno di proseguire nel volontariato presso la cooperativa sociale Zerografica di via dei Mille.

Stefanini, la Cassazione ha detto no agli arresti domiciliari: Vallanzasca deve rimanere in carcere.

"Renato è una persona anziana. Ha trascorso in cella cinquantatré anni. È malato, molto malato. Se fosse uscito, sarebbe andato ai domiciliari alla comunità ‘Il Gabbiano’. Siamo stati insieme per tre anni in carcere a Bollate, al quarto reparto. Andavo a chiamarlo per il pranzo, sono un bravo cuoco. Lui si meravigliava. ‘È già mezzogiorno’, chiedeva. E alla sera lo stesso. Cominciava già allora a perdersi con la memoria. Non stava bene. Saliva mezza scala e doveva fermarsi e riposare. Poi c’è stato il crollo".

Vallanzasca si è lasciato alle spalle sangue, morti, famiglie nel lutto.

"Nessun nega il passato. C’è stato. È lì. Guardiamo al presente. Vallanzasca è un uomo più vecchio dei suoi 73 anni. D’accordo: quaranta o cinquant’anni ha fatto, anzi abbiamo fatto quello che abbiamo fatto, mi ci metto anch’io. Il Vallanzasca di allora non esiste più. Renato non è più un pericolo per la società, non è un pericolo per nessuno. Ci sono responsabili di efferati delitti che sono già in libertà. Deve morire in galera? Anche la storia delle mutande rubate in quel centro commerciale, una storia da fuori di testa. Vallanzasca che ruba le mutande? Scherziamo?".

L’ha sentito di recente?

"Qualche mese fa in videochiamata. Ho capito che non era più quello di una volta".

Vallanzasca non ha mai rinnegato il suo passato, non ha mai chiesto scusa.

"Le sue scuse sarebbero state un fatto mediatico. Parlo anche per me. Posso pensare a cose che non rifarei, ad altre che mi provocano dispiacere. Però la parola ‘pentito’ non mi piace, non mi è mai piaciuta. Che pentiti sono quelli che lo diventano per andare a casa, per salvarsi e inguainano altre persone? E lo dice uno che è un uomo completamente diverso, che ha pagato per tutto quello che ha fatto, che non ha più niente a che fare con il suo passato".

Il primo incontro con Vallanzasca.

"Avevo 17 anni, alla Comasina. Ero davanti al bar-tabacchi dove ci trovavamo noi ragazzi. Lui è arrivato in Jaguar, con Consuelo, la madre di suo figlio. Cercava un suo amico, il ‘Tasso’, che aveva conosciuto al Beccaria. Lo voleva per fargli da autista nei colpi. Sono andato a cercarlo. ‘Ehi, Tasso, c’è uno col Jaguar che ti cerca’. Con Renato l’amicizia vera è nata a San Vittore".

Quanto ha giocato nel suo destino l’essere un ragazzo della Comasina?

"È stato determinante. Alla Comasina chi lavorava era una mosca bianca. Ero stato in collegio. Ho rubato le prime magliette, le prime radioline e neanche le rivendevano per farci un po’ di grana. Sono stato al Beccaria e poi a San Vittore, che non era il carcere di oggi, con gli educatori e gli assistenti sociali. Entravi a San Vittore apprendista e uscivi professionista. A un certo punto mi sono reso conto che avevo meno paura o più coraggio degli altri. Lì c’è stato lo scatto. Ho iniziato con le rapine. Con Vallanzasca è stato il boom".

Perché ha preso quella strada?

"Per la bella vita. Soldi, la sera in giro per night, casinò, belle donne, bei vestiti, belle macchine. Avevo 21 anni e possedevo una Porsche e una Dino Ferrari. Nel 1973 c’è stata l’austerity e non potevo circolare con nessuna delle due per la storia delle targhe alterne. Allora ho preso una 124 Coupé".

La mala di una volta aveva delle regole: verità o luogo comune?

"Vero. Noi ci ammazzavamo con quelli delle altre bande, ma non abbiamo mai toccato una donna, un bambino, un anziano. Né io né gli altri".

Come vive un ex bandito?

"Con la pensione d’invalidità. Sono invalido totale. Ho il necessario per mangiare e per la benzina. Posso stare fuori dalle otto del mattino alle otto di sera. Ogni tanto mi compro un abito, non come quelli di una volta, uno da 130 euro. Vado a trovare mio fratello. Vedo mio figlio e la mia nipotina che ha 7 anni e quando è nata io ero dentro. Mi piace cucinare e un bicchiere di buon vino. Un po’ di tv. Una vita normale che non mi dispiace".