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11 mag 2022

Uccise una ragazza con l’ombrello Non ha soldi, lo Stato paga per lei

Nel 2007 Doina Matei ammazzò Vanessa Russo. Doveva risarcire i parenti della vittima con 760mila euro

11 mag 2022
alberto pieri
Cronaca
Doina Matei (all’epoca 21 enne) venne rintracciata e fermata nelle Marche; sopra, Vanessa Russo (aveva 23 anni)
Doina Matei (all’epoca 21 enne) venne rintracciata e fermata nelle Marche; sopra, Vanessa Russo (aveva 23 anni)
Doina Matei (all’epoca 21 enne) venne rintracciata e fermata nelle Marche; sopra, Vanessa Russo (aveva 23 anni)
Doina Matei (all’epoca 21 enne) venne rintracciata e fermata nelle Marche; sopra, Vanessa Russo (aveva 23 anni)
Doina Matei (all’epoca 21 enne) venne rintracciata e fermata nelle Marche; sopra, Vanessa Russo (aveva 23 anni)
Doina Matei (all’epoca 21 enne) venne rintracciata e fermata nelle Marche; sopra, Vanessa Russo (aveva 23 anni)

di Alberto Pieri

La donna che uccise con l’ombrello è nullatenente, non ha un soldo. La donna che uccise con l’ombrello non può risarcire la famiglia della sua vittima. E così, a sborsare quei 760mila euro per sanare economicamente la morte per omicidio di una ragazza di appena 23 anni, ci penserà lo Stato italiano. Era il 26 aprile 2007, primo pomeriggio di una primavera romana che stentava a fiorire. Quel giorno, infatti, pioveva. Vanessa Russo aveva 23 anni e un lavoro in una gelateria, in via dei Serpenti, rione Monti. È lì che stava andando, con la metro. Ed è lì che non arrivò mai, fermata dal destino di aver incrociato, sullo stesso vagone, una giovane più piccola di un paio d’anni, Doina Matei, romena. Matei era con un’amica, minorenne. Entrambe vivevano di espedienti.

Scesero alla stessa fermata, loro due e anche la ragazza romana. C’era tanta gente, com’è normale che sia a Roma. Tutti di corsa, qualcuno si tocca, forse uno spintone. Anche le due amiche e la 23enne si urtano. Basta poco per scaldare gli animi. Altro che chiedersi scusa: volano insulti, pesanti, secondo la ricostruzione dei testimoni. Matei aveva un ombrello. Lo impugnò come una lancia e lo infilò nell’occhio di Russo. Il buio. La 23enne romana cadde, la romena sparì in fretta con l’amica, senza rendersi conto di aver ucciso quella ragazza. Con un colpo secco e preciso che sfondò il cranio all’altra. Se ne rese conto il giorno dopo, da un servizio in Tv. Il tempo di far su le poche cose che aveva e tentare la fuga sempre con l’amica. Una telecamera le riprese alla stazione Termini. Il giorno prima anche un’altra telecamera le aveva immortalate mentre salivano di corsa, vestite di bianco, le scale della metro dove era avvenuto l’omicidio. E Matei stringeva ancora in mano l’ombrello. Uno dei primi omicidi, insomma, risolti grazie a un video. Venne catturata, sempre con l’amica, a Tolentino, in provincia di Macerata.

Nel 2010 Matei è stata condannata in via definitiva a 16 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, aggravato dai futili motivi. Una sentenza che imponeva anche il risarcimento della famiglia, pari a 760mila euro. Oggi, a 36 anni, libera, ma senza un’occupazione e fissa dimora, non può saldare il debito. La Corte di appello di Roma, dopo aver accolto il verdetto della Corte di giustizia europea e bocciato il ricorso della presidenza del Consiglio dei ministri, ha stabilito che la famiglia Russo ha diritto a quei soldi e che a pagare sarà lo Stato. "La decisione non sorprende – afferma l’avvocato Federico Vianelli, in passato legale della famiglia di Vanessa Russo – appunto perché in linea con l’orientamento della Corte di giustizia europea che in presenza di crimini particolarmente efferati stabilisce che il risarcimento da parte dei responsabili sia affidato, in casi specifici, allo Stato. In questa vicenda è già passato troppo tempo e niente restituirà alla famiglia Vanessa e risarcirà del dolore e delle lacrime versate".

Già nel 2016 c’erano state altre polemiche attorno alla tragedia della 23enne romana. Fecero a dir poco discutere le immagini di Matei spensierata, che lei stessa pubblicò su Facebook. Appariva felice durante il periodo di semilibertà a Venezia, dove di giorno lavorava in una Coop e la sera tornava in carcere.

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