Massimo Fini (Ansa)
Massimo Fini (Ansa)

Milano, 13 gennaio 2020 - Ci sono sette miliardi di persone al mondo. E sei miliardi di cellulari. Ma non è da un telefonino che Massimo Fini confermerà di essere antitecnologico, antimoderno e antiprogressista. Il suo lo tiene spento. Come il computer. Numero fisso con prefisso milanese e poche cifre. E sulla scrivania, con le buste di uno sterminato archivio cartaceo, la macchina per scrivere. «Siamo rimasti io e Feltri. E prima Montanelli. Pigiare sui tasti aiuta la gente come me, negata con le dita, a trovare un po’ di manualità. Inoltre lo sforzo fisico ritempra».

E noi qui, ormai incapaci di cambiare un nastro. Spiati da Google, sgridati dal Papa perché chattiamo a tavola. Fini, ci salveremo?

«Spero di no. Mi auguro che il sistema collassi il prima possibile. L’altra sera ero a cena con alcuni amici che appena seduti si sono messi a smanettare sul tablet. Ho detto: ragazzi, mi vanno bene quattro chiacchiere, ma la masturbazione di gruppo no. Io sono classificabile come fantasma. Niente Instagram, niente Facebook. Rintracciabile solo a casa mia. Mi risparmio la sindrome dell’arto fantasma di chi fruga in tasca o nella borsa perché ha perso il cellulare».

Lo controlliamo più di sette volte all’ora. E come se fossimo tossici. D’altra parte solo una crisi di astinenza può spiegare certe inutili telefonate che si fanno appena scesi da un aereo.

«L’atteggiamento compulsivo di controllare chi ti ha chiamato è accettabile solo se si ha una madre di 97 anni. Il singolo individuo può fare un uso intelligente della tecnologia, ma finisce per farsi trascinare dalla massa. I rapporti si impoveriscono, l’interiorità si spacca. Manca il passo della contemplazione. Grillo ha detto una cosa intelligente parlando di tempo liberato. Non libero, che è comunque schiacciato dal consumo, ma dedicato alla riflessione».

Stephen Hawking era convinto che le modifiche prodotte dagli stimoli tecnologici sul nostro Dna sono più rapide di quelle darwiniane. E che alla fine si proporrà una nuova specie umana.

«Il Sapiens ha le ore contate. La velocità è la cifra della nostra vita e ci logora. Ed è anche quello che mi fa sperare in un crollo imminente. Di tutto il sistema, non solo di quello digitale. Le crescite esponenziali esistono in matematica, ma non in natura e tecnologia ed economia sono sorelle siamesi, una lucente macchina partita a metà del XVIII secolo che ha continuato ad accelerare e adesso si trova davanti a un muro: non può scavalcarlo ma continua a dare di gas. Non andiamo incontro al futuro, è lui che ci viene addosso. Ci schianteremo come l’Impero romano però su scala globale».

Qualcuno ci costringerà a smettere prima. Greta Thunberg forse?

«Simpatica. Ma l’ecologia non è il problema principale perché l’uomo è un animale che si adatta. I danni riguardano l’interiorità e la socialità. A Milano fino a qualche decennio fa ogni bar aveva un biliardo e giovani e vecchi giocavano insieme. Sono stati sostituiti dalle slot machine, che occupano meno spazio e rendono di più. Chi può dirci di smettere? I filosofi contemporanei sono solo nella Silicon Valley, la politica non pensa. Se avesse un po’ di cultura e senso dell’umorismo citerebbe Oscar Wilde: cosa hanno fatto i posteri per noi? Un tempo si credeva che l’uomo si sarebbe integrato nella macchina, oggi la prospettiva spaventosa è diventare transumani. La tecnologia ci ha resi capaci di fare di più, mentre capiamo meno di ciò che stiamo facendo. Come diceva Paolo Rossi, non il calciatore né il comico ma il filosofo, se ti risolve un problema te ne presenta altri dieci».

Cosa consiglia a un ragazzo di 30 anni?

«Di trovare quattro amici, comprare un casale con un campo e imparare a coltivare. Per niente facile, perché la terra è bassa e la mucca dispettosa. Un ritiro graduale e ragionato verso forme di autoproduzione e autoconsumo. Consiglio anche un kalashnikov per quando la gente si accorgerà di non potere mangiare cemento e bere cherosene».