Padre Thomas Reese
Padre Thomas Reese

New York, 6 novembre 2018 -  Troppo facile parlare di un reale successo del Sinodo sui giovani. Ne è convinto padre Thomas Reese, una delle voci più autorevoli del cattolicesimo al di là dell’Oceano. A oltre una settimana dalla conclusione dell’assemblea dei vescovi, il gesuita statunitense rimette il giudizio finale sull’assise nelle mani degli episcopati nazionali. “Perché il Sinodo abbia davvero successo - analizza l’ex direttore di ‘America’ prima che il Vaticano ne chiedesse le dimissioni in risposta alle sue posizioni ritenute troppo progressiste su aborto, celibato e omosessualità -, il lavoro dell’assemblea deve continuare nelle Chiese locali. Papa Francesco spera che i vescovi seguano nelle diocesi lo stesso processo di ascolto dei giovani e li coinvolgano nello sviluppo di programmi e ministeri adatti alle loro situazioni. Lui vuole una Chiesa in discernimento che abbracci la sinodalità”. Come dire, starà alle conferenze episcopali dei singoli Paesi tradurre l’invito dell’assise a dare orecchio, vicinanza e integrazione ai ragazzi, ad accompagnarli con autorevolezza nei loro cammini vocazionali, nel lavoro, negli affetti così come sulla via della santità che per nessuno è preclusa a priori. 

Nell’attesa di vedere come reagiranno gli episcopati, il Sinodo ha prodotto un documento conclusivo. Padre Reese, nel testo coglie più luci  o ombre?

“Il testo è una sorta di miscuglio, c’è un po’ di tutto. Ma questo è comprensibile dal momento che, per essere approvato, doveva incassare il consenso dei 2/3 dei padri sinodali. I problemi dei ragazzi del Primo mondo poi sono ben diversi da quelli del Terzo”. 

A proposito del quorum di approvazione, che cosa ne pensa del paragrafo sull’omosessualità che dei 167 totali è stato quello che ha ricevuto il maggior numero di non placet, e che, dal punto di vista dei contenuti, incoraggia una pastorale per le persone omosex, ma non riprende l’acronimo Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) usato invece in precedenza nell’Instrumentum laboris del Sinodo? 

“Mi sarebbe piaciuto che il documento avesse adoperato la parola ‘gay’ così come l’espressione Lgbt: sono i termini preferiti dai gruppi omosessuali direttamente interessati da questo paragrafo. Detto ciò, trovo comunque positivi gli inviti all’accoglienza e all’accompagnamento pastorale delle persone omosex”.

Pensa che sul sesso il Sinodo avrebbe potuto osare di più, magari valorizzando il ruolo della coscienza e incoraggiando le relazioni fondate sul vero amore?

“Prima di occuparsi ampiamente di sesso, i vescovi avrebbero bisogno di studiare che cosa dicono i teologi morali contemporanei. Inoltre dovrebbero connettersi maggiormente con l’esperienza vissuta di famiglie, coppie e single”. 

Il documento finale, però, apre a un approfondimento teologico e antropologico su alcune questioni legate alla sessualità e al corpo. Non lo trova significativo? 

“Sì lo è. Ritengo sia un buon segnale per il futuro della Chiesa”. 

Come giudica il fatto che al Sinodo, nonostante quattro settimane di lavoro, non si siano affrontate questioni dottrinali?

“Non credo che i vescovi pensassero che vi fossero nodi di dottrina da sciogliere trattandosi di pastorale giovanile”. 

Quale potrebbe essere il tema del prossimo Sinodo ordinario?

”La più grande sfida che l mondo deve affrontare nel 21esimo secolo è il riscaldamento globale. Non so che cosa possano fare i vescovi, ma qualcosa potrebbero tentarlo